Luca Verdone è conosciuto soprattutto per il film Sette chili in sette giorni, del 1986, con il più noto fratello Carlo e con Renato Pozzetto: un grande successo del cinema comico italiano. Tuttavia sarebbe ingeneroso identificare Verdone come il regista di un’unica fortunata pellicola, anche se la sua carriera in seguito è stata discontinua e meno visibile.

Il suo ultimo lavoro, da lui diretto e sceneggiato è un docu-film, prodotto in lingua inglese, sulla vita del pittore, architetto, nonché primo storico dell’arte Giorgio Vasari. Si tratta di un’operazione originale e per molti aspetti interessante, in quanto è forse il primo film dedicato alla figura di questo grande artista spesso dimenticato e ingiustamente sottovalutato. L’opera letteraria del grande pittore manierista, le Vite dei più eccellenti architetti pittori et scultori italiani, destinata a divenire una pietra miliare imprescindibile della storiografia artistica mondiale, ha forse offuscato nella memoria dei posteri l’importanza delle sue opere pittoriche ed architettoniche (basti ricordare a questo proposito il magnifico Corridoio vasariano che collega gli Uffizi a Palazzo Pitti). L’intenzione del regista è dunque di rispolverare una pagina della storia dell’arte italiana da molti dimenticata, focalizzando l’attenzione del pubblico su un artista meno noto rispetto al coevo Michelangelo, personaggio anch’egli presente nel film.

La pellicola appare come un vivido affresco della vita del pittore, offrendo anche, con meticolosa attenzione, uno spaccato di alcuni ambienti dell’Italia del ‘500; lo spettatore è così accompagnato in un suggestivo viaggio nel tempo. La ricostruzione, accurata e fedele, della vicenda umana del Vasari mira a mettere in luce sia il genio sia l’uomo, soffermandosi in particolare sui suoi rapporti personali con gli altri artisti del suo tempo, in primis Michelangelo ma anche Tiziano e il poeta Pietro Aretino, e con i suoi potenti mecenati, Cosimo I de’ Medici e Papa Giulio III. Le pause narrative, inserite in un racconto dal ritmo misurato, aprono a riflessioni estetico-artistiche ricche di rimandi e dense di significato, in un continuo dialogo tra storia, arte e filosofia, dando in questo modo al film una chiara valenza culturale di alto livello.

Si percepisce così una certa affinità con il cinema dell’ultimo Rossellini: il grande regista negli ultimi anni si diede alla televisione, con operazioni di taglio pedagogico dedite a riprodurre sullo schermo, sulla scorta di accurate ricerche, la verosimiglianza dei personaggi storici con l’ambizione di mettere in scena il reale, secondo una filosofia orientata alla divulgazione. La consonanza tra i due registi si avverte ancora più distintamente se si fissa come termine di paragone L’età di Cosimo de’ Medici: la medesima ambientazione nella Firenze rinascimentale (sebbene la vicenda narrata da Rossellini si svolga nel ’400), la focalizzazione sui personaggi storici, le tematiche filosofiche ed artistiche, l’attenzione per i costumi e la scenografia sono elementi che accomunano strettamente le due pellicole. Il personaggio di Cosimo il Vecchio, rievocato dal padre del neorealismo, sarà il futuro antenato, cent’anni più tardi, del personaggio di Cosimo I de’ Medici ritratto da Verdone, in un affascinante gioco di rimandi.

L’eredità rosselliniana non deve certo stupire se si considera la frequentazione del grande maestro con la famiglia Verdone: il padre Mario diresse il Centro sperimentale di cinematografia durante la presidenza di Rossellini Carlo fu un suo allievo, in quanto seguì un corso tenuto dal regista presso il Centro sperimentale, e Luca da ragazzo ebbe modo di partecipare alle riprese di un suo film, in qualità di assistente volontario. Anche l’immagine della locandina del docu-film, caratterizzata dalla scelta del disegno in luogo della fotografia, potrebbe richiamare quelle dei film degli anni 60 e 70: forse un implicito omaggio al grande cinema di quel periodo.

Le inquadrature, curatissime, catturano lo sguardo dello spettatore grazie alla bellezza dei soggetti: incantevoli paesaggi naturalistici, maestosi palazzi e magnifiche opere d’arte. L’attenzione per la composizione e l’efficace regolazione della luce sembrano richiamare in qualche modo i dipinti del Vasari grazie alla fotografia, sapientemente diretta da Gianluca Gallucci, che aspira ad essere essa stessa artistica. Una cura per i dettagli che si può apprezzare anche nell’ottima fattura dei costumi che ricalcano con molta verosimiglianza gli abiti del tempo: un’altra prova della meticolosità dell’analisi storica.

Particolarmente significativa la scena del dialogo tra Tiziano e Vasari, in cui il primo, rappresentante della scuola veneziana, espone i principi teorici del tonalismo, fondato sul primato del colore rispetto al disegno, mentre il secondo, esponente della scuola toscana, si fa portavoce della preminenza del disegno. Si delinea in questo modo un dibattito simbolico che racchiude in sé una parte importante della storia dell’arte occidentale, poiché vede scontrarsi e confrontarsi le due diverse anime della pittura italiana del XV e del XVI secolo.

Un cinema colto e dal taglio documentaristico che non rinuncia al piacere della narrazione. «È una formula televisiva che amo molto: divulgazione e spettacolo» affermava Claudia nell’incipit di Il piacere di piacere, film di Verdone del 2002; in questo caso la bella giornalista di successo, uno dei personaggi principali del film, era impegnata nelle riprese di un programma televisivo riguardante la Magna Grecia. Letta oggi questa battuta suona come una dichiarazione di intenti se si tiene conto della carriera del regista, contrassegnata dal doppio binario cinematografico e documentaristico (ricordiamo a questo proposito il film storico sulla vita dell’impresario circense Antonio Franconi, o i documentari su Antonioni e Sordi).

Le memorie di Giorgio Vasari è un film sicuramente non semplice ma certamente non banale, rivolto a tutti coloro che sono interessati alla storia e all’arte, ma anche a chi volesse sperimentare qualcosa di radicalmente e programmaticamente diverso rispetto alla monotona vacuità dell’intrattenimento fine a sé stesso.

Alessandro Albrici