Dopo aver vinto nel ’59 la 24 ore di Le Mans, Carroll Shelby scopre di avere un problema cardiaco che gli impedirà per sempre di tornare in pista. Si ricicla come venditore e design di automobili fondando la Shelby Motors, finché la Ford – attraverso il suo manager Lee Iacocca – in piena crisi di vendita bussa alla sua porta, deciso a entrare nel business delle macchine da corsa per concorrere contro la Ferrari, leader indiscussa del mercato. L’obiettivo è vincere la corsa di Le Mans del ’66, per la prima volta con una macchina targata Ford; la sfida sarà quella di Shelby e del suo miglior pilota e amico Ken Miles, che dovranno lottare contro logiche di mercato, funzionari incompetenti e leggi della fisica per costruire la macchina più veloce e metterci al volante un vincente.

Presentando il progetto Ford per la costruzione delle prime macchine da corsa, Carroll Shelby dice che gli uomini più fortunati sono quelli che sin dalla nascita si sentono chiamati a un destino. Deviare da quel percorso tracciato per loro vuol dire farli diventare matti, il compimento della loro stessa persona dipende infatti da quella vocazione. E di vocazioni si parla soprattutto nel nuovo film James Mangold, che portando al cinema la storia vera della rivalità tra il titano dell’industria Henry Ford II e l’artigiano italiano Enzo Ferrari, ci parla di tutta l’umanità e la passione che ruotano intorno alla costruzione di automobili, rendendone possibile il rombo. Ma c’è rombo e rombo, e la Ferrari con il suo non solo conquista trofei, ma diventa un’icona popolare in tutto il mondo. E in generali le auto sportive sono affascinanti: James Bond guida quelle auto nei film, e le nuove generazioni cresciute nel boom post bellico sono disposte a sborsare quattrini per mettere le mani su un oggetto tanto speciale quanto unico nella sua manifattura.

Il film mette alla gogna, anche ironicamente, tutto il sistema di produzione industriale, simbolo di quell’american way of life che vanta efficienza e produttività a scapito della cura del dettaglio, da sempre marchio di fabbrica del sistema produttivo europeo (e italiano). Da qui lo scontro tra i titani con i loro rispettivi entourage, destinati a darsi battaglia tanto sulla pista quanto sul piano economico e personale. La stessa dicotomia si trasferisce nel microcosmo delle gerarchie interne alla Ford, che con le sue decine di funzionari vuole che tutto sia rispettoso dell’immagine dell’azienda, senza preoccuparsi di coloro che si sporcano le mani per far sì che quel prodotto sia invece vincente. In questo sistema perfettamente oliato e votato all’autodistruzione Shelby e Miles sono un po’ come gli artigiani della Ferrari:outsider vessati dai burocrati, i due preferiscono il talento al marketing, e pur nella loro diversità di ruoli reintegrano una componente umana che è la vera emozione del film.

Testardo e geniale, Miles è interpretato da un Christian Bale stellare che ad ogni passo, ad ogni parola fa emergere la sua insofferenza alle regole di un sistema che ritiene insensato. Ma attenzione ai manicheismi, perché Miles è anche un padre affettuoso e un marito che non si sottrae mai ai suoi doveri, andando così a impersonare tutto il romanticismo (anch’esso americano) di un uomo votato con umiltà ad una missione. A lui si affianca Shelby con il volto di Matt Damon, perfetto nel dosare determinazione e autocontrollo, mentre inserendosi nelle logiche del sistema cerca di capovolgerle dall’interno: facce diverse di una stessa medaglia, sui loro sguardi Mangold costruisce un’intera narrazione che si sviluppa ai poli della loro profondissima amicizia, e attrae tutti gli altri ottimi personaggi collaterali; dal titanico Tracy Letts nei panni di un Henry Ford II poco attrezzato sulla meccanica automobilistica quanto carismatico su quella economica, al fastidiosissimo Leo Beebe (Josh Lucas), vero volto dell’arrivismo incompetente del business americano, fino al più intelligente Lee Iacocca interpretato da Jon Bernthal.

Il valore di Le Mans ’66 – La grande sfida sta dunque soprattutto nella sua sceneggiatura: solida ed elegante nella sua ironia, la scrittura di Jez Butterworth (drammaturgo e sceneggiatore britannico raffinato e versatile, qui coadiuvato dal fratello John-Henry e da Jason Keller) riesce a trasformare una storia forse in gran parte già vista in un’immagine sfaccettata dell’America degli anni 60 e della voglia di autenticità nei rapporti che sempre in questo microcosmo sta sotto le patinature delle automobili da corsa. Quei 50 serratissimi minuti di scene di corsa che dominano la seconda parte del film lo dimostrano: nel gioco di inquadrature tra i due protagonisti lo spettatore sente salire la tensione e mai arriva ad annoiarsi; merito sicuramente dell’indubbia qualità della regia, ma anche e soprattutto di quel sotto-testo umano che ci ha permesso di conoscere i personaggi e parteggiare per loro, preparandoci al climax della storia. Anche quello presenterà belle sorprese (ci sono un paio di colpo di scena notevoli nel finale, per chi non sa come andarono le vicende raccontate), l’adrenalina dei 7000 mila giri al secondo mette sul tavolo questioni mica da poco, e coloro che hanno il coraggio di affrontarle sono gli unici destinati a compiere fino in fondo la loro vocazione e il loro destino.

Maria Letizia Cilea

Antonio Autieri e Beppe Musicco presentano il film in vista del passaggio del film a La Febbre del Lunedì sera

Il trailer ufficiale