Nel 1967 Jorgen Leth realizza un documentario, “L’uomo perfetto”, che influenza il giovane Lars Von Trier. Oggi è l’ex-allievo a mettere alla prova l’inventiva del maestro ponendogli sempre nuove limitazioni nel rifare il suo capolavoro: prima limiti materiali (dodici frames ad inquadratura), poi morali (l’imperturbabilità nel recitare una scena di fronte ai disperati di Bombay). Ma ogni visita, ogni prova superata ne genera una nuova e sempre più terribile, e Lars mostra tutta la sua luciferina crudeltà ogni qualvolta Jorgen arriva ad opera terminata. Le prove divengono via via più complesse: dal confronto con il passato generato dall’assenza di regole, al brutto del cartone animato fino all’accettazione del firmare un film non suo. ,Non deve stupirci che questa opera di meta-cinema arrivi proprio dall’unico regista che negli anni Novanta ha osato darsi una regola (il Dogma), anche soltanto per trasgredirla. Nel lungometraggio viene mostrata la nascita di un film come momento di comunicazione e conflitto tra colui che detta le regole e dà giudizi e la persona che crea l’opera. Ma non è altro che la rappresentazione della genesi di ogni film di Von Trier che con le sue disarmanti trovate, al tempo stesso estetiche ed etiche, riesce a sconvolgere lo spettatore. Lars e Jorgen, Jorgen e Lars, diritto e rovescio della stessa carta: allievo e maestro che nel finale cofirmano una dichiarazione di intenti sulla bellezza imprevista della creazione artistica.,