Gli ultimi giorni di vita della rockstar Kurt Cobain secondo Gus Van Sant.,Apologia di un’autodistruzione. Potrebbe essere questo il sottotitolo più adatto dell’ultima fatica di Gus Van Sant (‘Drugstore Cowboy’, ‘Da morire’). Dopo la strage di Colombine, ripresa con occhio crudele e distaccato in Elephant, il regista di Belli e dannati sembra aver preso gusto a raccontare storie di ordinaria distruzione. E così, reindossati i panni nemmeno tropo metaforici dello scienziato che vive di sola imparzialità e rimessa mano a una macchina da presa usata come una lente di ingrandimento, si cimenta nel racconto di un’altra morte senza senso. L’obiettivo di quest’opera di fiction, solo ispirata alla morte tragica di Cobain, è quello di utilizzare la triste fine del leader dei Nirvana, come specchio dei tempi, come istantanea delle nuove generazioni viziate e perdute. Ma quel che più dà fastidio in questo film costruito a tavolino, che non è né un documentario né propriamente un film di finzione, sta proprio non tanto nel nichilismo di fondo, ma nello sguardo freddo con cui il regista rappresenta la tragedia. Non c’è traccia di compassione, né di dolore in quest’opera asciutta e astiosa. E, di conseguenza, nemmeno un giudizio. Non c’è nemmeno una domanda, o lo smarrimento di fronte a una morte orrenda. C’è solo il cinismo di un uomo che trova nell’esempio di Cobain la conferma delle proprie certezze. Che la vita non ha senso. Come i bambini crudeli che nell’incipit de ‘Il mucchio selvaggio’ di Peckinpah osservavano compiaciuti il formicaio appena dato alle fiamme, così Van Sant gioca con gli ultimi respiri di un uomo. Nella speranza di essere premiato a Cannes, dopo il successo del 2003, con una nuova Palma. ,Simone Fortunato,