L’uccisione di Jesse James è un film che nelle intenzioni del regista Andrew Dominik combina la storia (destinata a diventare epica) con la poesia, ben lontano da essere classificabile come un semplice western (e veramente risulta incomprensibile come gran parte della critica l’abbia miopemente trattato). Lo spettatore assiste infatti al lento incedere di tutti i protagonisti verso il loro tragico destino, con l’ineluttabilità di un dramma greco. Stilisticamente è un film molto affine alle realizzazioni di quella corrente di registi che negli anni’70 diresse film come Pat Garret e Billy The Kid di Sam Peckinpah, Corvo Rosso non avrai il mio scalpo di Sidney Pollack, Il texano dagli occhi di ghiaccio di Clint Eastwood, I cavalieri dalle lunghe ombre di Walter Hill o anche lo sfortunato I cancelli del cielo di Michael Cimino, nei quali l’ambientazione era solo uno spunto per narrare storie con una fortissima impronta autoriale e al tempo stesso scavare nella profondità dei personaggi.

Il film si apre con una rapina notturna a un treno, dopo la quale il maggiore dei fratelli James, Frank, decide di ritirarsi, lasciando la responsabilità della banda (e anche dei due poco affidabili fratelli Ford) al 34enne Jesse, (interpretato da Brad Pitt). In effetti il più problematico dei banditi sembra essere il 19enne Robert Ford (Casey Affleck), che subito si fa notare per una sorta di finta modestia, un tono di voce mellifluo e una devozione che non può che insospettire. Ciò nonostante, Jesse James sembra rimanere quasi affascinato da questo ragazzo che colleziona tutti i racconti popolari stampati sulle sue gesta e lo imita al punto da fargli chiedere “ma vuoi essere come me o vuoi essere me?”, e che lo segue anche quando il bandito si rifugia in famiglia, sotto la falsa identità di Thomas Howard. A Jesse però nulla sfugge del comportamento della sua banda, così che gran parte della tensione del film consiste proprio nell’attesa che Jesse agisca nei confronti di chi sgarra. Pienamente consapevole del suo status quasi leggendario e desideroso di incarnarlo (specialmente nei confronti del devotissimo Robert), Jesse mostra la sua paranoia del timore di un complotto nei suoi confronti, ma al tempo stesso sa benissimo che i suoi giorni sono contati (anche se ancora non immagina che deve guardarsi proprio da chi gli sta più vicino). E quando la caccia degli uomini di legge si farà più serrata, Robert Ford deciderà di agire, perché la sua fama superi anche quella del bandito che ammirava. Con l’assassinio di Jesse James, in una lunga e struggente scena nella quale il protagonista si avvia consapevolmente alla sua morte, il film non si conclude, dedicando anzi l’ultima mezz’ora al tormentato resto dell’esistenza del “codardo Robert Ford”.

Splendidamente interpretato – oltre che dall’eccellente stuolo di comprimari – da Brad Pitt, che al di là dei suoi successi nei film di cassetta dimostra talvolta l’egregio attore che sa essere (e come era agli inizi, da “Thelma e Louise” a “Kalifornia”), e da Casey Affleck, che nonostante la giovane età sceglie toni e misure di grande maturità (ben maggiore del più noto fratello, Ben), il film racconta la storia così accuratamente e con una tale dovizia di dettagli (storici, folkloristici, psicologici) da non far assolutamente pesare i 160 minuti di durata, in una narrazione che può sembrare lenta e eccessiva, ma nella quale ogni inquadratura e ogni particolare troveranno alla fine una loro brillante spiegazione.

Beppe Musicco