Una città sonnacchiosa del Midwest. La neve, il freddo, la routine quotidiana sono spezzate improvvisamente dal grido di Lars (un eccezionale Ryan Gosling), un giovanotto introverso, di poche parole e che alla casa del fratello preferisce vivere da solo in un garage. È un grido strano e imprevedibile, incarnato da una bambola gonfiabile di nome Bianca, l’unica persona con cui Lars, che non sopporta di essere toccato da chiunque, riesca a rapportarsi. E dopo i primi, prevedibili, imbarazzi dei parenti e dei vicini, la cittadina, meglio, la comunità, prende sul serio questo strano rapporto, anche grazie ai consigli di una dottoressa illuminata che con la scusa di curare Bianca per una strana malattia, comincia a prendersi a cuore il caso di Lars. E così Bianca è accolta: c’è chi la va a prendere per portarla a messa; chi la invita a far volontariato in ospedale; chi le procura un lavoro; chi la pettina e le taglia i capelli per farla bella agli occhi dell’innamorato. Bianca è accolta e amata per quello che è e per quello che rappresenta, senza pietismi e senza sentimentalismi. Perché Bianca non è semplicemente una bambola: Bianca è vera.

Come indica il titolo originale, Lars and The Real Girl, come sempre molto più istruttivo ed efficace della trasformazione italiana. Bianca è vera perché rappresenta l’esigenza di felicità e di bene di un ragazzo semplice che ha il coraggio di domandare un aiuto, seppure in un modo metaforico e bizzarro. E a partire da questa domanda, tutto cambia, tutti i personaggi cambiano, dal fratello di Lars alla ragazza in carne e ossa che fa il filo, ignorata, a Lars. Tutti cambiano provocati da una domanda elementare e seria – non lasciatemi solo – che tutti, a partire dal rapporto con questa bambola, si ritrovano addosso: se la trova la dottoressa interpretata da Patricia Clarkson, vedova e senza figli che, incalzata dalle domande di Lars rivela un mondo interiore di dolore, (“ci sono delle volte – dice pensando al marito morto – che mi sveglio e non ricordo neppure il mio nome né dove mi trovo”); se la trova addosso il fratello di Lars, Gus, che tanto tempo prima aveva abbandonato il padre depresso; se lo trova addosso lo splendido personaggio della timida Margo, la collega che decide di avere un flirt con un collega perché si sentiva troppo sola. Un film splendido e commovente, diretto in punta di piedi da un regista esordiente, che, tenendosi sempre in equilibrio tra tono surreale e umoristico, riesce a illuminare un mondo di cui spesso il cinema e non solo si dimentica: il mondo delle domande e dei bisogni elementari e il mondo delle risposte. Perché – come racconta una parrocchiana, una delle tante persone che con umiltà si mettono al servizio di Lars e di Bianca -“quando c’è una disgrazia, si viene e si resta. Da noi si usa così”.

Simone Fortunato