Un anziano abitante di un palazzo storico di Trieste, ricevuto lo sfratto, non avendo nessun posto dove andare si ritaglia, murandolo, un piccolo stanzino nel perimetro dell’appartamento continuando a vivere in modo clandestino anche col sopraggiungere delle nuove proprietarie: una madre e una figlia.

Firma tutto Lorenzo Bianchini, dalla sceneggiatura alla regia, al montaggio e la scenografia, nel suo primo film produttivamente – dopo alcuni apprezzati film sperimentali e a basso costo – che esalta il suo talento e lo pone in maggior luce nel panorama cinematografico italiano. Un noir ben riuscito, delicato e intrigante, che svela e vela retroscena e vissuti dei suoi personaggi, in un gioco di specchi ben rappresentato dallo sguardo furtivo sull’appartamento del palazzo di fronte.

Un’interpretazione intensa per Pierre Richard (star della comicità francese negli anni 70 e 80), che calato alla perfezione nei panni dell’anziano disperato e mite, forse un po’ asociale ma dal cuore tenero, che rivela nel corso della trama una ferita mai sanata.

La grande protagonista è la casa, insieme alla bora di Trieste, che da quelle finestre, sempre richiuse e sempre di nuovo spalancate, entra a portare l’inquietudine e una sensazione di pericolo imminente, rafforzato dalla musica ad alta tensione di Vanessa Donelly. Una casa grande e vetusta, con ammassi di polvere e oggetti d’altri tempi, luogo della memoria che non vuole o non sa distaccarsi da ciò che fu. Solo gli agenti immobiliari vi portano una ventata di modernità, coi loro discorsi, ma anche un certo disincanto, fugace incursione in un mondo a sé, fiabesco e claustrofobico.

 

L’angelo dei muri è stato paragonato a Parasite, ma nel film coreano vincitore del premio Oscar – al di là delle qualità cinematografiche – c’era un cinismo qui assente. Qui abita la nostalgia e la memoria ferita. Allo spettatore viene chiesto di costruire un mosaico fatto di tessere, accostandone man mano una all’altra, finché il disegno sarà completo. La sorpresa alla fine sarà l’uscita dalla “clausura” forzata – che a volte toglie il respiro! – per volare in spazi infiniti, dove il tempo trova la sua definitività e gli affetti si possono finalmente reincontrare in un “insieme” liberatorio come il volo di un gabbiano e desiderabile come una mongolfiera, costruiti dalle mani di chi ama, nonostante gli sbagli commessi. Un finale quasi “dantesco” per un film che è una “selva oscura” che regala emozioni via via diverse, ma sempre intense, e lascia spazio alla suspense e alla meraviglia, ed anche a qualche sorriso. Consigliatissimo.

Lorella Franchetti