Campagna inglese. Una coppia si prepara per un pic nic. Lui sta per aprire una bottiglia di champagne. Improvvisamente, dal crinale di una collina, spunta una mongolfiera in gravi difficoltà di manovra. Rasenta il terreno, a bordo c’è un ragazzino mentre un adulto tenta disperatamente di mantenere il pallone incollato al suolo. Altre tre persone che passano di lì per caso si lanciano subito in soccorso, insieme all’uomo che nel frattempo ha lasciato cadere la bottiglia di champagne. Sembra fatta, ma una folata di vento di troppo fa precipitare tutto in tragedia. E’ fulmineo, rapido e angosciante l’incipit del film di Roger Michell. Uno splendido paesaggio collinare è improvvisamente funestato da un incidente tanto drammatico quanto assurdo e imprevedibile. Ed ecco allora il Caso, la Fortuna: cinque uomini in bilico tra la vita e la morte per un istante, eppure uno solo tra loro avrà la peggio. Perché? Di chi è la colpa? Chi ha sbagliato? E da qui il rimorso, il complesso di colpa che non si risolve. Uno dei quattro sopravvissuti, il protagonista, freddo e razionale insegnante-scrittore che crede nella “meccanica” dei sentimenti (il bravo Daniel Craig), non è più lo stesso uomo. Può pensare solo alla tragedia accaduta e tutti i suoi punti interrogativi iniziano a mettere in crisi il rapporto con la fidanzata. Poi, spunta dal nulla uno degli altri quattro sopravvissuti che inizia a seguirlo, a perseguitarlo cercando di fargli capire che “nulla accade per caso”. Ed è qui il vero punto di forza del film, che è forte di una sceneggiatura solida ma incompiuta. Un fatto è elaborato in modo diverso da due persone: per il primo è motivo di angoscia, di rimorso e di domande senza risposta, per il secondo è motivo di gioia perché se è accaduto significa che c’è un disegno, che qualcuno ha voluto che accadesse per il compimento dell’Amore. Ma c’è anche una grande differenza tra le due menti che elaborano il fatto: una è folle, l’altra no. E mentre (e questo dispiace molto) il film perde di vista gli spunti iniziali sulla Colpa e il Destino, che facevano sperare ad alcune riflessioni più intense e profonde, e mentre la sceneggiatura cambia registro a passa dal dramma al thriller psicologico, alla fine resta questo interessante spunto di dibattito: come porsi di fronte a un fatto che porta con sé un “segno”, come se qualcuno più in alto di noi volesse dirci che bisogna prendere una strada piuttosto che un’altra? E’ vero che nulla accade per caso, e che l’amore vero si trova solo dopo aver colto questi “segni”? Interrogativi alti, che poggiano bene su una sceneggiatura solida (tratta dal romanzo omonimo di Ian McEwan). In una confezione ineccepibile e in un cast in ottima forma (è grande Rhys Ifans, di solito impegnato in ruoli brillanti, nella parte di uno psicopatico con interessi omicidi), resta il rammarico per un film che poteva dire di più, che nelle prime scene lascia intravedere riflessioni più profonde e più articolate ma che poi si limita a mettere a fuoco al meglio soltanto la minima parte di quello che avrebbe potuto trasmettere allo spettatore. Ma è pregevole anche il cambiamento di rotta verso il thriller: il climax di suspense si sente, eccome, e quando esplode si rimane agghiacciati. ,Francesco Tremolada