Antonio Capuano, che già con La guerra di Mario e altre sue pellicole aveva dimostrato la sua attenzione e la sua capacità di raccontare il mondo dei bambini e degli adolescenti, torna qui con un racconto suggestivo e profondo, che affronta in parallelo il percorso di “rinascita” della vittima e di uno degli autori di uno stupro di gruppo. Sullo sfondo Napoli, ritratta sia nella sua dimensione più popolare e sottoproletaria, da cui proviene il giovane Ciro, che in quella alto-borghese cui appartiene Irene, la giovane vittima di violenza. Lo stupro del branco, presentato brevemente nel suo immotivato prodursi, e dato, ammirevolmente, quasi in sottrazione, è solo il punto di innesco di una storia che invece si sofferma su due paralleli e altrettanto difficili percorsi di rinascita.,Il linguaggio poetico e allusivo utilizzato da Capuano e la sua notevole maestria stilistica hanno il pregio, diversamente da quanto spesso accade con gli “autori”, di non nascondere la storia ma valorizzarla.,Dei due “viaggi”, certo quello più efficace e coinvolgente è quello di Ciro, rinchiuso in un carcere minorile che non ha nulla del cliché di genere, né sul versante di certe troppo semplici storie di redenzione hollywoodiane, né su quello della degradazione fine a se stessa di altro cinema verità.,L’universo dei ragazzi, i loro piccoli scontri, le amicizie che si costituiscono nel tempo, i tentativi e le sconfitte, sono resi con grande verità anche grazie alla spontaneità dei giovani interpreti.,La presenza di adulti disposti a investire sul recupero di questi ragazzi “difficili”, la relativa libertà loro concessa, la conflittualità realistica ma non eccessiva del luogo, permettono al regista di concentrarsi su Ciro e sul modo in cui, grazie all’intuizione di una psicologa carceraria, riesce, attraverso la scrittura, a dare un senso alla sua vita aprendo una finestra di speranza anche su quella della ragazza che ha offeso. ,Anche Irene, infatti, deve combattere, oltre che con il rifiuto del suo stesso corpo a voler guarire dalla violenza, con l’ansia ben intenzionata di chi le sta attorno e vuole riportarla il più in fretta possibile alla “normalità”, intendendo con questo sia la vita senza scossoni di una tranquilla famiglia borghese, sia il legame forse mai sufficientemente messo in discussione con il fidanzato. Gli strumenti a disposizione, una psicologa che pare poco capace di tenerle testa, il teatro con la possibilità di mettere in scena le proprie ansie, sono alla fin fine meno efficaci della comunicazione che si crea proprio con Ciro. Da dove viene la ferita viene anche la guarigione e il finale, poetico, che intreccia lo sguardo di Ciro finalmente uscito di prigione, e quello di Irene, ormai lontana a New York in una nuova vita, ribadisce l’essenzialità di questo legame.,Laura Cotta Ramosino,