Reduce dalla presentazione del film Le nostre anime di notte alla 74^ Mostra internazionale d’arte Cinematografica di Venezia, con L’altra metà della storia Ritesh Batra ci propone ancora una storia che vive nel passato, tra amori perduti e ferite aperte che tornano a tormentarci nella maturità dell’esistenza per fare i conti con la nostra coscienza. Il risultato è un film raffinato, tipicamente british nello humor e nei toni, che pur nella leggerezza mantiene un buon livello di profondità narrativa dai tratti introspettivi e drammatici.

Tratto dal popolare romanzo The sense of an ending di Julian Barnes, la vicenda vede un sublime Jim Broadbent nei panni dell’anziano Tony Webster, settantenne bizzoso e stretto nel suo minuscolo negozio di reflex vintage, che ha letteralmente chiuso la sua mente e il suo cuore al mondo fuori di sé, con una ex-moglie (Emily Mortimer) grintosa e affettuosa e una figlia single (Michelle Dockery), incinta al nono mese grazie ai miracoli dell’inseminazione artificiale. Il grigiore della routine di Tony viene però spezzato quando una lettera proveniente dal un passato ormai lontano fa riaffiorare ricordi giovanili dell’amore per Veronica – ragazza fredda e bellissima – e della fraterna amicizia con un gruppo di compagni del college, nonché di un rimorso insepolto, causato da gelosie che portarono a drammatici eventi.

Il regista indiano, già autore dell’intenso Lunchbox, vuole guidare lo spettatore dentro una narrazione che attraversa molte sfaccettature: innanzitutto molti sono i generi che si contaminano, dal dramma sentimentale alla commedia famigliare, passando per tinte da thriller psicologico; si tratta poi di un viaggio all’interno di una vita, quella vera e raccontata per impressioni da una voce fuoricampo, e quella creata dalla coscienza di Tony, dalla sua personalissima versione della storia; un racconto che scopriremo essere frutto di un’introspezione che necessita di essere approfondita per emergere in tutto il suo significato. E tuttavia, come la letteratura ci insegna, non esiste coscienza senza una riflessione sul tempo e sul potere disinfettante e ingannevole che ha sulle vicende della vita: tematica di certo dominante e che s’innesta in un doppio binario tra presente e passato, piani temporali che in più di un’occasione s’incrociano e sostituiscono, mostrandoci un Tony anziano, protagonista-fantasma di flashback di vita vissuta e da rivivere. I personaggi collaterali sono risucchiati dentro questo vortice spazio-temporale, ma risultano comunque ottimamente caratterizzati, nell’affetto paziente dell’ex moglie, nella fragilità dell’amico Adrian (Joe Alwyn) e nell’enigmaticità dell’amata Veronica, impenetrabile tanto da giovane quanto da adulta, interpretata dalla bravissima Charlotte Rampling.

In questo equilibrio tra presente e passato la sceneggiatura ha il grande pregio di riuscire ad evitare la trappola del cliché della “storia maestra di vita”, portando avanti la ben più originale idea della memoria come elemento plasmabile, influenzabile e che mai definitivamente si assesta in una versione definitiva delle vicende che credevamo ormai di conoscere. Metafora di ciò è l’oggetto-orologio, elemento che scandisce non solo i tempi storici e quotidiani dei personaggi e della storia dell’uomo, ma riassume anche l’attitudine con cui il protagonista si approccia alla vita in quel preciso momento del suo percorso: è segno di ribellione all’ordine nella giovinezza, diventa eterno ripetersi della routine nella vecchiaia, è soprattutto sospensione ed attesa di una ricostruzione di sé nel momento centrale della vicenda. Ma forte è la potenza simbolica di tutti gli oggetti, che dialogano anch’essi coi piani temporali, tra lettere che cambiano di sostanza e contenuti e nuove tecnologie prima rifiutate, poi fondamentali per aprirsi a svolte narrative inaspettate.

Una scrittura solida e allo stesso tempo elegante manovra molto bene lo spettatore, portandolo a credere esattamente ciò che deve in punti ben precisi della storia, e sviluppando un’infinità di sotto-narrazioni che si integrano perfettamente con la linea principale: si aggiunge quindi anche la via della forza dell’amore giovanile che vuole tutto e subito, ma che deve invece sempre fare i conti con la realtà quotidiana, molto meno poetica ma più viva di quanto si pensi; c’è poi la trama dello smembramento del nucleo famigliare, in un affetto spesso poco attento e abitudinario, ma sempre immancabilmente presente. Si tratta però, al di sopra di tutto, di un’opera sul valore che il tempo attribuisce alla memoria del proprio passato e al presente, che il più delle volte sfugge al nostro occhio e al nostro cuore. Alla fine della fiera troveremo dei soggetti profondamente cambiati dalla rivoluzione dei propri equilibri, un io più centrato grazie alla conoscenza della propria storia e la consapevolezza di una necessaria esperienza dentro un presente di cui accorgersi (cosa affatto scontata) e a cui guardare ogni istante.

Letizia Cilea