Sembra, e in fondo è, la solita sarabanda tipica dei film di Emir Kusturica. Nel suo nuovo film, il geniale e vulcanico regista serbo mette la sua vitalità sfrenata e caotica al servizio di una storia commovente, a tratti straziante come lo era il suo capolavoro “Underground” (ritorna il tema dolorosissimo della patria jugoslava che va in pezzi), mitigato dalla consueta comicità grottesca tipica dei suoi film che sembra ricordare soprattutto “Gatto nero gatto bianco”. Come sempre, all’inizio sembra che niente abbia senso nel mondo di Kusturica, popolato da gente squinternata e sopra le righe: pazzi, adulteri, ninfomani, cocainomani, politicanti abietti… Poi, una partita di calcio che dovrebbe consacrare una giovane promessa, figlio di un tenero ingegnere, diventa spunto per una rissa frutto di odio etnico (e tra serbi e croati iniziò così il conflitto, da una finale di Coppa tra le due squadre più amate dai rispettivi gruppi). E allora inizia la guerra, sofferenza per alcuni e occasione di potere per altri. Una famiglia si sfascia (il figlio va a combattere, la madre impazzisce e fugge con un musicista ungherese, il padre rimane solo), un amore impossibile fa capolino tra un cristiano (l’ingegnere abbandonato dalla moglie) e una musulmana, che dovrebbe diventare pedina di scambio per riavere il figlio nel frattempo caduto prigioniero…,Ma il tema non è quello, spesso banalizzato dal cinema, della “tolleranza fra diversi”, o non solo quello. Il tema è, come dice il titolo, che la vita è un miracolo nonostante guerra, morte, brutture di ogni genere: lo è ontologicamente, come riconosce un personaggio davanti a un pulcino appena nato. Ma è un miracolo anche appunto l’amore tra due persone che dovrebbero odiarsi, o il ritorno di un figlio disperso, o un’asinella che cerca di suicidarsi per amore (tenetela d’occhio per tutto il film…) che alla fine apparirà provvidenziale come un angelo… ,La vita è un miracolo (la vita è bella, come diceva con altrettanto coraggio Benigni di fronte alla follia dell’Olocausto). Lo dice senza parere il buon Emir, con il sorriso amaro e sarcastico sulle labbra. Ma proprio perché non vuol farci la morale, ci piace ancora di più. Ovviamente adesso è già passato di moda e lascia indifferenti chi lo esaltava anni fa, quando si limitava a descrivere il caos dell’esistenza. Oggi che invece dice qualcosa di più, è facile relegarlo tra gli autori che non sanno rinnovarsi e si ripetono a ogni film. E dire che a Cannes a questo grande film hanno preferito “Fahrenheit 9/11″…,Antonio Autieri