Alla fine degli anni Trenta l’impacciato Guido Orefice, ebreo, si innamora di Dora, la maestra del paese: avranno un figlio, Giosué. Anni dopo, Guido e Giosué saranno costretti a partire per il campo di concentramento. I due troveranno una ragione di speranza nell’amore per Dora, che li ha seguiti liberamente nonostante non fosse ebrea.

Il capolavoro di Benigni è anche il suo film più maturo, capace anche di infrangere un vero e proprio tabù per il cinema comico, la morte. Il regista toscano articola il film in due tempi: nella prima parte pare di vedere all’opera il solito Benigni. Simpatico, scavezzacollo, imbranato ma anche innamoratissimo della moglie. Sembra che la vita sia davvero bella agli occhi di Guido innamorato e incosciente, tanto innamorato da non essere nemmeno toccato dalla quella del dominio fascista, delle leggi razziali e della guerra che incombe. L’amore, però, cambia col tempo e con le circostanze della vita: nasce un figlio, Giosué, e inevitabilmente si cambia. L’amore diventa forse meno impetuoso, ma più responsabile, riflessivo e protettivo.

E così, dopo una prima parte “leggera” ricca di gag da cinema muto, si passa al dramma cocente della seconda parte. Ora non si scherza più: davanti all’incubo dei campi di sterminio l’unica posizione ragionevole è la fiducia in un rapporto significativo. Giosué crede a tutto quello che gli racconta il padre, anche a quello che non è vero, a quello che è una bugia raccontata per celare un male incomprensibile. Giosuè crede a Guido perché è suo papà. E il suo papà scherza, ride e gioca sempre ma non mente mai di fronte al figlio; gli promette non solo la vita, ma addirittura un regalo alla fine di quello strano gioco e di quelle strane corse tra il filo spinato. Il padre promette e mantiene, come sempre: alla fine arriverà davvero il carro armato, simbolo di libertà e speranza. La vita è bella sempre, afferma provocatoriamente Benigni: bella fuori o dentro il campo di sterminio. Unica condizione necessaria: il sostegno e la fiducia delle persone che ci amano. Il padre per il piccolo Giosuè. La moglie fedele per l’impacciato, eroico Guido.

Simone Fortunato