Adele è giovane, molto bella, umorale, sempre affamata di cibo, curiosa e al tempo stesso timorosa di esperienze che la vita le propone a 15 anni. A scuola la lettura del romanzo di Marivaux La vie de Marianne le insinua i primi desideri amorosi, che si consumano in un primo frettoloso amplesso sessuale con un compagno di classe. Poi il turbamento per il bacio scambiato con una ragazza, sempre a scuola la introduce a una curiosità per Emma, pittrice dai capelli blu di qualche anno più grande. Con lei scoppierà una passione travolgente, che inizialmente supererà le diversità sociali e culturali tra le due: popolaresca e goffa Adele, sofisticata Emma. Ma quando andranno a vivere insieme, circondate dagli amici intellettuali di Emma, queste differenze si acuiranno; per poi esplodere quando, ormai diplomata e diventata maestra d’asilo, Adele ha un flirt con un collega maschio…,A Cannes ci chiedevamo come una giuria, presieduta da una leggenda come Steven Spielberg e composta tra gli altri dal “collega” Ang Lee e da attori eccellenti come Christoph Waltz, Daniel Auteuil e Nicole Kidman avesse potuto laureare con la Palma d’oro come film migliore della rassegna – in un’edizione non così indimenticabile come l’hanno raccontata i media – un film così furbo e spregiudicato nell’usare il corpo femminile senza che nessuna femminista antica o moderna protestasse (ma una volta non si parlava di donna oggetto?), anzi: era tutto – e lo è ancora, a film uscito in Italia – un’inneggiare alla libertà di queste due giovani donne. In particolare Adele, che è minorenne quando tutto inizia ed è ancora molto immatura, anni dopo, quando tutto finisce (per ora: Kechiche minaccia uno o due sequel). Sicuramente il regista tunisino naturalizzato francese è molto abile con la macchina da presa – sempre incollata ai personaggi, di cui esalta le espressioni ma che rischia di “soffocare” – e con la direzione degli attori e in particolare delle attrici, come si vide in passato con La schivata e Cous Cous; e infatti le due protagoniste, l’esordiente Adèle Exarchopoulos e la già affermata Lèa Seydoux, si sono prese anche un’ulteriore Palma d’oro (inconsueta: il regolamento di Cannes vieta i premi doppi allo stesso film) per le rispettive interpretazioni. E loro in effetti sono brave ed espressive, ma la storia dell’“educazione” sentimentale e sessuale della quindicenne Adele, seguita nel passaggio dall’adolescenza incasinata alla giovinezza ancora fragilissima, è pieno di furbizie su cui pare nessuno voglia soffermarsi. In un altro film, magari con amore etero e non lesbo trendy, si accetterebbero lunghi amplessi, ripetuti, di cui uno di almeno 5-6 minuti in quasi tutte le varianti possibili? Non bastava un accenno, a capire che si trattava di una grande passione? Di fronte a immagini sessuali esplicite e ripetute, si rimpiange spesso l’hollywoodiano Codice Hays: si chiudeva una porta e si capiva tutto. Adesso no, bisogna mostrare qualsiasi cosa. E va bene (si fa per dire), ma almeno il dono della sintesi…,Invece, il film è un romanzo di formazione (di pochi anni: lasciamo Adèle triste in un bar, dopo che la storia tra le due ragazze si è ormai conclusa da tempo, ancora giovane) di ben tre ore. Una durata da Titanic o Guerra e pace, per un film premiato a un festival ancora una volta più per le idee che sono una concessione ai tempi e una strizzata d’occhio compiacente a chi può decidere le fortune di un film più che ai meriti cinematografici. A noi, nonostante due attrici che bucano lo schermo e che meriterebbero un narratore ben più profondo ed epidermico (e attento alla loro epidermide…), è risultato fastidioso non solo per quei lunghissimi minuti di acrobazie sessuali –e sì che, per abbondanza di frequentazioni cinematografiche, siamo “scafati” di fronte a quel che appare su uno schermo – che trasformano suo malgrado in voyeur anche lo spettatore più innocente; quanto, ancor più “immorale”, che il livello di desiderio e di curiosità verso la vita di una ragazzina sia limitato da Kechiche alla sfera sentimentale e sessuale, e sempre su un piano istintivo e “urlato” (a Gabriele Muccino, per molto meno, lo crocifissero: qui è tutto un urlare, un piangere disperatamente, un avvinghiarsi e poi vomitarsi insulti, sospetti, cattiverie). Per qualcuno è un cinema che racconta la passione della vita in modo palpitante. Per noi è un ribollire di sensazioni schiaffate in faccia al pubblico senza filtro, mai giudicate, senza un baricentro narrativo e umano che ne giustifichi la messa in scena. Insensato come il tira e molla tra le due giovani donne: che lascia triste quella più matura, intellettuale con i capelli blu e lesbica militante, e disperata la più giovane, che non sa nemmeno davvero chi è alla fine di tre ore di racconto.,Antonio Autieri,