Era lecito aspettarsi qualche cosa di più da “La terza stella”, la prima esperienza cinematografica per il duo comico Ale&Franz, che il palco di Zelig, la popolare trasmissione televisiva, ha portato alla notorietà. Vestendo i panni di due cognati – Ale proprietario di una piccola pensione, più serio e nevrotico, Franz addetto alle pulizie in un carcere, più ingenuo e simpaticamente invadente – i due danno vita ad una commedia brillante, segnata da equivoci, partite a scacchi viventi e tunnel sotterranei scavati da malviventi. Ma il film ha un problema grave: la sceneggiatura non esiste. Mentre lo spettatore attende sullo schermo l’apparizione dei due per vederli ricalcare lo sketch “della panchina”, che a Zelig miete sempre più successi, è obbligato ad annoiarsi tra personaggi di contorno appena abbozzati e chiusi male (il vecchietto con il cane, ad esempio), situazioni banali e non spiegate (come si conclude la partita a scacchi?), dialoghi a tratti imbarazzanti e un cast davvero scarso in quanto a capacità artistiche. E allora tutto sembra ridursi ad un grande spot per i due comici (comunque bravi) che tengono in piedi (a stento) tutto il film con le loro gag che li hanno resi famosi. Azzeccata, invece, la location del film: il piccolo paesino di Cerveteri, nell’Etruria, arroccato su una collina, conferisce un certo fascino alla narrazione e accentua la parte “giallo-noir” del film, tra piazzette e stradine, gallerie, fontane e panorami suggestivi. Ma quel che è certo è che non basta, questo, per salvare il film. Restano soltanto le performance dei due, che comunque sanno far divertire e sanno intrattenere. Per il resto, rimane il disagio e l’imbarazzo nei confronti di una sceneggiatura buttata giù in fretta e furia nella fiera del già visto e dello scontato. Aldo Giovanni e Giacomo, ai loro esordi, avevano senza dubbio più idee, più spessore e sapevano scegliere meglio registi e collaboratori.,Francesco Tremolada,