Thriller psicologico interessante anche se non pienamente riuscito firmato da quel LaBute, autore teatrale prima ancora che cinematografico, che dopo gli ottimi esordi di fine anni ’90 (“Nella società degli uomini”; “Amici & Vicini”) si era perso un po’ per strada (il suo recente “Il prescelto” è uno dei thriller più telefonati e deludenti degli ultimi anni). Comunque, il ragazzo sembra aver trovato la verve di un tempo e soprattutto lo spirito cattivo e un po’ cinico degli esordi. La terrazza sul lago è un thriller discreto e diretto con intelligenza. Un pugno di attori, un’unica location (il quartiere residenziale di Lakeview Terrace dove agli inizi degli anni ’90 un tassista di colore venne massacrato di botte dalla polizia) e un’idea: capovolgere il razzismo, perché a essere razzista è il vicino di casa di colore, per di più poliziotto, ben interpretato da Samuel L. Jackson che mal digerisce la relazione interraziale dei due giovani dirimpettai. LaBute gestisce bene la tensione crescente e regala qualche buon momento di pura suspense (la rapina inscenata nel finale): ciò che più gli interessa, però, al di là dei meccanismi del genere, è la morale sottesa a una storia che potrebbe essere presa come apologo. E cioè che in un mondo prossimo alla catastrofe (occhio agli incendi minacciosi che si fanno sempre più vicini), sopravvive un’umanità sospettosa di tutto: del vicino, della tragedia sempre in agguato. Il pericolo è qui, dirimpetto, a pochi metri dalla tua porta. Un pericolo che si nasconde sotto la divisa non più tanto rassicurante della polizia; nell’ipocrisia di un buon vicinato pronto a farti la pelle; nell’ambiguo atteggiamento di un suocero che ti sopporta appena; persino in una natura selvaggia che non ti dà tregua. E così, La terrazza sul lago, più che un semplice racconto di razzismo al contrario, si configura come un film sulla paura, a casa nostra, nel nostro letto, di un nemico che non dà pace. L’11 settembre è una data che non si riesce ancora a superare. Almeno al cinema.,Simone Fortunato