E’ veramente un film insperato, questo La terra dei morti viventi. Per tanti motivi. Perché il suo regista, George A. Romero è proprio lui – forse assieme al solo Michael Cimino – un regista non vivente. O meglio non lavorante, almeno negli ultimi anni. Perché, dopo i capolavori degli anni ’60 e ’70 (La notte dei morti viventi, Zombi), Romero ha lavorato sempre meno (un unico film, misconosciuto, Bruiser, negli ultimi dodici anni) e perché, francamente, i morti viventi sembravano ormai passati di moda. Nel ’68 Romero inventava gli zombi, una sorta di mescolanza tra i vampiri e Frankenstein, come immagine potente del consumismo, ben evidenziato nell’appetito senza fine di queste creature provenienti dal Regno dei Morti. E negli anni 70, gli zombi crescevano e stavano al passo coi tempi, assediando centri commerciali.

Ora nel 2000, che senso posso avere ancora i morti viventi? La risposta sta nell’era post 11 settembre. E così, in uno scenario apocalittico, livido e oscuro, si apre La terra dei morti viventi. Oggi, come recita la didascalia, la terra è dominata dagli appestati, mentre l’umanità è rinchiusa in una città bunker, al centro della quale in un grattacielo dorato, un uomo ricco e potente regna incontrastato. Ma gli zombi, a cui va per buona parte del film la simpatia del regista e non solo, non sono più mossi solamente da istinto, ma possiedono qualche ricordo della vita vera. Cercano di svolgere il lavoro che svolgevano da vivi e pian piano, giorno dopo giorno, in una sorta di vera e propria evoluzione, si cercano e imparano a utilizzare gli strumenti. Il fuoco e le armi. E attaccano la città, ossessionati dalla Torre, in cerca di un luogo dove vivere.

Confezione di lusso, effetti speciali all’altezza (e non mancano scene particolarmente efferate) per un film che tanto assomiglia al miglior Carpenter (quello di 1997: fuga da New York) e che si regge su un’ambiguità inaccettabile: chi sono i buoni, al di là del drappello dei protagonisti? Non certo gli zombi che suscitano pietà, ma si cibano di carne umana ma nemmeno Mr. Kaufman che pare essere una versione horror di George Bush. Ma, d’altra parte, non sono poche le sequenze memorabili, terribili e liriche al tempo stesso: una per tutte, la fine delle centinaia di persone in trappola nella città, divise tra l’essere cibo per gli appestati o il suicidio collettivo contro il recinto elettrificato. Come i disgraziati intrappolati nelle Torri, che per sfuggire a una morte certa, ne scelsero un’altra, ancora più certa. Buttandosi nel vuoto.

Simone Fortunato