«C’era una volta un ragazzo, che amava una ragazza, in un villaggio che non esiste più». Dà subito un tono epico, da leggenda, la voce fuoricampo a La storia dell’amore. Léo ama davvero Alma, e lei – dopo qualche titubanza, avendo tre spasimanti – lo sceglie. Lui la faceva ridere, le prometteva di stare con lei tutta la vita, ma la guerra e i rastrellamenti di ebrei, nella Polonia di fine anni 30, li costringono a separarsi: lei andrà negli Usa, lui le scriverà continuamente lettere per tener vivo il loro amore… A New York, molti anni dopo (siamo nel 2006), troviamo un uomo anziano che vive da solo, ma viene a trovarlo a casa spesso un vecchio amico con cui un po’ litiga e un po’ scambia ricordi. Poi c’è di mezzo un vecchio libro, “La storia dell’amore”, che sembra parlare di quei due lontani ragazzi. Dove saranno finiti? Che ne sarà stato di loro?

Dal romanzo omonimo di Nicole Krauss, con La storia dell’amore il regista rumeno – ormai francesizzato – Radu Mihaileanu imbastisce una vicenda complessa, che si snoda nei decenni (con, ovviamente, tanti flashback) e coinvolge tanti personaggi; tra cui una ragazzina, interpretata da Sophie Nelisse (Monsieur Lazhar, Storia di una ladra di libri) che si chiama Alma anche lei… Innumerevoli le sottotrame e i personaggi, che affascinano e disorientano, in un viluppo parecchio contorto riscattato in parte da prove di grandi attori come Derek Jacobi e Elliot Gould (ma anche Gemma Arterton funziona bene, anche nella versione “invecchiata”). È molto tenera la storia tra i due ragazzi (con lei, affascinante, che inizialmente aveva promessa ai tre pretendenti di sposarli uno dopo l’altro, a “staffetta”), cui la guerra impedisce di sposarsi, è molto intrigante cercare di ricostruire le tracce del loro passaggio, si soffre quando si scoprono verità dolorose… Ma ci sono appunto tante storie e personaggi, tutte con l’accento sul desiderio di essere amati, sul destino, sul dolore per la perdita, sui colpi della Storia nella vita delle persone. Il film, molto “letterario”, ha a che fare anche con il tema della parola e della scrittura, con un manoscritto di un romanzo che fa da fil rouge a tutto quanto avviene. Troppo: ci si perde nei tanti snodi, colpi di scena, personaggi, cambi di prospettiva. Ma è innegabile un certo fascino, pur in un film non riuscito (certo un passo falso nella carriera, non prolifica, di Mihaileanu che iniziò con Train de vie e conta anche Vai e vivrai e Il concerto) che vive di singoli frammenti – a volte divertenti, altre volte toccanti – più che mostrare un disegno complessivamente convincente. E che porta a compimento le varie storie in un finale non privo di significati ma anch’esso un po’ frenato dalla voglia di commuovere a tutti i costi.

Antonio Autieri