Frutto del lavoro di decenni del disegnatore Isao Takahata, co-fondatore dello Studio Ghibli con Hayao Miyazaki, La storia della principessa splendente è la trasposizione visuale di una delle più antiche fiabe giapponesi, la storia di una principessa che dal mondo della luna viene esiliata sulla terra, reincarnandosi in una neonata che rapidamente cresce fino a diventare la donna più bella e desiderata del paese. Un giorno un povero tagliatore di bambù in un bosco vede spuntare rapidamente dal terreno una gemma luminosa: al suo interno, una sorta di minuscola fata addormentata, che una volta portata a casa dalla moglie (la coppia non ha figli) rapidamente si trasforma in una neonata. La bambina cresce molto più velocemente dei suoi coetanei e il tagliatore di bambù, che nel bosco trova ancora un tronco pieno d’oro, capisce che il destino della bambina non è quello di restare la figlia di un povero boscaiolo. Con l’oro compra nella capitale un palazzo con tutta la servitù e lì si trasferisce, perché la piccola possa essere educata alla vita dei nobili e avere un grande matrimonio. Ma la Principessa Splendente, questo il nome che le viene dato da un dignitario di corte, in realtà rimpiange la casa nel bosco, la natura e i vecchi compagni di giochi.

Chi è abituato ai film dello Studio Ghibli, alla definizione delle figure, al tratto, all’uso dei colori, qui rimarrà spiazzato dalla tecnica quasi impressionista del regista e disegnatore: pennellate appena accennate, uso intensivo dell’acquarello e del carboncino, sfondi esigui, una tavolozza di colori che evita accuratamente i primari. Ciò nonostante, l’impatto visivo (coadiuvato anche dalle splendide musiche,che vanno da movimenti classici di ampio respiro a motivetti orecchiabili tipici dell’infanzia, a canzoni struggenti) de La storia della principessa splendente è assolutamente impressionante, in certi punti portando in secondo piano anche la storia, che nella sua semplicità (la ragazza che non sopporta gli artifici della vita di corte e per questo fa ai pretendenti richieste impossibili da soddisfare) si discosta anche dalla fiaba tradizionale per incentrarsi maggiormente sul sentimento di nostalgia. La Principessa Splendente rimpiange la libertà della natura, ma soprattutto gli amici che le hanno fatto provare la semplice felicità: una compagnia totalmente disinteressata, lontana anche dai comprensibili, ma limitati, desideri di gloria del padre, dal formalismo degli istitutori, dalla mancanza di libertà dovuta al rango sociale. Il desiderio della Principessa Splendente è destinato a rimanere tale, ma la sua dolcezza, la sua bellezza e l’intensità della sua domanda non lasceranno indifferente anche lo spettatore.

Beppe Musicco