Tratto dal romanzo di Ermanno Rea La dismissione, il film racconta di Vincenzo Buonavolontà, operaio di una fabbrica siderurgica i cui impianti vengono venduti ai cinesi. Consapevole che un pezzo dell’altoforno è difettoso e potrebbe causare incidenti, Vincenzo si reca in Cina e con l’aiuto di una giovane interprete cerca la fabbrica che ospita l’impianto per consegnare il pezzo riparato.

Dopo il commovente Le chiavi di casa, Gianni Amelio incentra ancora la storia intorno a un rapporto (non semplice) tra due esseri umani; ma se nello scorso film la difficoltà tra padre e figlio risiedeva solo in parte nell’handicap, in questo La stella che non c’è, sono molte le difficoltà che ostacolano il dialogo tra Vincenzo e Liu, e fin da subito. La giovane, interprete al seguito della delegazione cinese in Italia, non è abbastanza lesta a tradurre i termini tecnici precipitosamente elencati da Vincenzo, e quando lo rincontrerà in Cina gli rinfaccerà l’essere stata licenziata a causa sua. Alla lingua si sommeranno altri inciampi, dovuti alle particolarità della società cinese, ben svelate da Amelio nello sguardo stupito, ma anche divertito di Vincenzo, un italiano che si sforza di capire la Cina anche se gli sfugge il motivo per cui i grattacieli abbiano gli ascensori solo a partire dal decimo piano; e ben altre contraddizioni emergeranno dalla storia di Liu, ragazza madre costretta a nascondere il figlio a causa della legge. Le inquadrature di panorami spettacolari, la bravura degli interpreti, il rapporto tra i due che da commerciale diventa via via amicale rendono il film interessante; la cosa che sconcerta semmai è la figura del protagonista: Vincenzo ha perso il lavoro e va in Cina a sue spese solo per consegnare un pezzo meccanico? Più che il senso della dignità del lavoro, che il suo personaggio vorrebbe trasmettere, quel che si percepisce è una caparbietà fine a sé stessa. Non aiuta il fatto che Vincenzo sia ombroso e passi dalla tenerezza alla scontrosità; di lui non viene detto niente, solo a una domanda di Liu risponde di non essere sposato. Dei due pilastri del film insomma, uno è visibilmente monco. Così tutta la storia, che vorrebbe essere un’esaltazione di valori come il rispetto, la dignità la comprensione reciproca, appare sminuita. Castellitto compensa con la sua arte recitativa le incongruenze, ma la sensazione complessiva del film è di un’opera cui manchi qualcosa, che né la bravura degli attori, né le capacità del regista riescono a colmare.

Beppe Musicco

Bari – Incontro con Gianni Amelio

Abbiamo incontrato alla libreria Feltrinelli di Bari il regista Gianni Amelio per la presentazione del suo ultimo film La stella che non c’è, in concorso alla Mostra del cinema di Venezia e sui nostri schermi nello scorso autunno. Gianni Amelio è uno dei più apprezzati registi italiani in attività. Nato a S. Pietro Magisano, in provincia di Catanzaro, nel 1945. Regista de I ragazzi di Via Panisperna (1988) e Porte aperte (1990, nomination all’Oscar), deve la sua fama soprattutto a Il ladro di bambini (1992, Gran premio della giuria a Cannes), Lamerica (1994), Così ridevano (1998, Leone d’oro al festival di Venezia) e Le chiavi di casa (2004, tratto da un libro di Giuseppe Pontiggia, Nati due volte). La stella che non c’è racconta la storia di un operaio di un’industria siderurgica che va da solo in oriente per convincere i compratori cinesi di un altoforno italiano della necessità di sostituirne un pezzo difettoso. L’operaio, interpretato da Sergio Castellitto, compirà un vero e proprio viaggio di iniziazione, forse di purificazione, sicuramente di conoscenza di se stesso.

Interrogato da noi e da altre persone all’incontro in libreria, il regista ha raccontato del suo viaggio in Cina e del suo modo di fare cinema: «Un italiano che vuole girare un film in Cina – ha rivelato – è molto più succube della censura di quanto lo sia un regista cinese. Il film che ha vinto il Leone d’oro a Venezia, per esempio (Still Life di Jia Zhangke, n.d.r.) non ha subito nessun tipo di controllo. Per questo i film cinesi possono raccontare una certa Cina. Una troupe occidentale balza subito all’occhio, anche se è formata da poche persone. Una troupe cinese, anche più complessa riesce invece a passare inosservata. Non si girerebbero mai certi film in Cina, se dovessero ottenere il permesso del Ministero». Amelio ha parlato di un iter burocratico massacrante, perché ad essere burocratiche sono le fondamenta della Cina. Un’Odissea, di fronte alla quale quella del protagonista è stata una passeggiata: «La commissione di controllo – ha continuato nel racconto – è stata più che altro una commissione di censura. Dopo aver letto la sceneggiatura, la commissione l’ha definita “molto artistica” ma ha aggiunto “sarebbe molto più artistica se…”, suggerendomi una serie di cambiamenti». Gli italiani avevano una loro interprete e i cinesi una loro, così che quella cinese oltre che i discorsi degli italiani, controllasse anche la traduttrice. La comunicazione era così garantita alla massima esattezza. Ma parlare di censura è addirittura eccessivo, ammette il regista, poiché molte delle scene per così dire “rubate” (girate mentre il produttore esecutivo distraeva i membri del comitato di controllo) non sono state poi nemmeno notate. «In un certo senso ho dovuto diventare cinese. I cinesi sono molto simili a noi meridionali. Noi al sud non cerchiamo mai la rissa, evitiamo sempre lo scontro frontale. Cerchiamo sempre di aggirare l’ostacolo. Nel film viene fatta una citazione del “compagno Deng”: “I cinesi prima ti fanno lo sgambetto e poi ti danno una mano per alzarti”. In realtà è una battuta inventata da me».

E all’arte tipicamente italica di arrangiarsi fa riferimento il regista quando racconta che per poter portare il negativo del film in Italia, prima di ottenere il visto – concesso sulla fiducia – per stampare il positivo, ha dovuto usare un po’ di furbizia, dicendo che non portando il film in Italia, molti artigiani italiani avrebbero perso il lavoro. «Ma nonostante le difficoltà – sorride Amelio raccontando la parte più interessante della sua esperienza – il ricordo di questa esperienza non è affatto negativo. Esiste il mal di Cina. I cinesi sono persone come noi, subiscono qualcosa che non vorrebbero e non hanno un’ombra di razzismo. C’è un’umanità straordinaria, perché è un popolo che soffre molto». Parlando del suo Vincenzo Buonavolontà (l’operaio interpretato da Castellitto), l’autore descrive un uomo che anziché dichiararsi sconfitto, ha la forza di reinventarsi. Una specie di Marco Polo, un eroe pazzo che abbandona l’acciaio per qualcos’altro di più sottile, di più delicato. Che non è né la vita cinese, né quella occidentale; è una vita fatta a misura umana, in un luogo che non c’è. «Qual è la stella che non c’è? Quella che ciascuno degli spettatori ritiene che manchi. I finali dei miei film, in questo senso, sono sempre drammatici, ma mai negativi».

Sui personaggi dei suoi film, Amelio confessa con dispiacere che rinunciando, nei suoi film, a trattare le donne come merci da esposizione, viene a volte accusato di trascurarle. «In realtà nei miei film la donna rappresenta sempre la dignità e la forza, gli uomini invece hanno tante debolezze». E da questo punto di vista, La stella che non c’è è emblematico, giocato proprio sul rapporto tra due solitudini, una donna provata ma indomita e un uomo volitivo ma tormentato e fragile. «Raccontando i miei personaggi, cerco di superare le barriere delle età. Cerco di capire qual è il punto fragile della persona in particolare che ho di fronte. L’importante è non schematizzare mai nessuno, riducendolo ad una categoria. È importante rispettare le esigenze dell’altro».

Raffaele Chiarulli