Film spiazzante, a tratti anche disturbante, non per tutti. Certamente insolito all’interno di un panorama, come quello del cinema italiano, che fatica a parlare con le immagini, il film di Saverio Costanzo si presenta come un oggetto molto strano e controcorrente. Costanzo, regista solido, con alle spalle due film controversi ma interessanti, soprattutto rigorosi sul piano registico come In memoria di me e Private, rilegge il romanzo omonimo di Paolo Giordano in chiave horror. Meglio ancora: decide di raccontare una storia cupa e fosca, senza apparente via d’uscita, secondo un registro gotico e deformato, dove tutto rimanda a un’inquietudine nera. Gli interni claustrofobici; i contrasti cromatici molto forti; la fisicità, impressionante nel finale, dei due bravi protagonisti. Soprattutto, una splendida colonna sonora che richiama il cinema del primo, memorabile Dario Argento. Un incubo ad occhi aperti, nel quale Costanzo trascina lo spettatore che non fatica invece a immedesimarsi negli occhi dei due protagonisti lacerati da ferite fisiche e interiori. Ma è anche un incubo che Costanzo, con intelligenza, rievoca indirettamente senza mai scadere nel vuoto spettacolo fine a se stesso. Sequenze come quella fortissima iniziale al teatrino, o quella centrale al luna park o ancora il cammeo impressionante per forza evocativa del clown interpretato da Filippo Timi sono il frutto di una regia solida e coerente che preferisce creare un mondo di immagini, suoni, colori e ombre, insomma un mondo pienamente cinematografico, piuttosto che dire con le parole ciò che le parole non potrebbero mai avere la forza di dire.

Da questo punto di vista le scelte operate da Costanzo, anche sceneggiatore assieme a Paolo Giordano, sono logiche e ben accette. La frammentazione dal punto di vista narrativo e anche la scelta di costruire in parallelo due scene madri, quelle contenenti il segreto duplice dei protagonisti, sono scelte coraggiose, sempre complicate da gestire e rendere digeribili a un pubblico non particolarmente avvezzo al racconto cinematografico e si spiegano col tentativo più che di sciogliere l’intreccio, con la sfida di restituire un volto umano all’identità spezzata dei due giovani. Il tutto, raccontato senza compiacimenti di sorta, con un finale aperto e positivo, e senza virtuosismi inutili, il che suona piuttosto insolito per un prodotto medio italiano, oltretutto tratto da un best seller di successo. E invece oltre all’Argento di cui sopra, intravvediamo i melodrammi nerissimi di Robert Aldrich, le lunghe ombre di Fritz Lang, l’inquietudine sospesa del Kubrick di Eyes Wide Shut. E se da un punto di vista narrativo, non tutto è sempre chiarissimo e qualche passaggio e personaggio potevano essere più spiegati che semplicemente evocati (la scena del matrimonio; il personaggio del marito di lei), altro, tanto altro rimane stampato nella memoria, cosa anche questa decisamente nuova rispetto a una media di film visivamente anonimi e stereotipati: la sequenza nel bagno delle ragazze ci porta dalle parti addirittura di Carrie di De Palma; gli esterni allucinati in Germania ci precipitano nell’incubo di Suspiria o di Phenomena; la sequenza nella neve non può non ricordare, almeno per analogia, Shining. Per non dire di quella scena madre, davanti alla giostra dei bambini che sembra una pagina di Stephen King.

Denso di riferimenti più cinematografici che letterari, La solitudine dei numeri primi è un film vero, un’esperienza cinematografica probabilmente imperfetta ma ambiziosa. Non è un racconto per immagini di un romanzo di successo e nemmeno un film scandalo nel senso deteriore del termine. È il film di un regista che ha a cuore il destino dei propri personaggi (ottimi Alba Rohrwacher e Luca Marinelli) di cui attraverso tutti gli strumenti in suo possesso, dalla memoria cinefila personale alla tecnica cinematografica in senso stretto, cerca di scandagliare il cuore nero.

Simone Fortunato