È morto il 16 giugno scorso a 81 anni John G. Avildsen, regista statunitense che diresse Rocky, il film sull’omonimo pugile italoamericano, sceneggiato e interpretato da Sylvester Stallone e vincitore di tre premi Oscar. Film che poi diede vita a una celebre saga, portata avanti anche da regista da Stallone in prima persona (ma per il quinto, crepuscolare episodio degli anni 90 tornò Avildsen dietro la macchina da presa).

John Guilbert Avildsen, nato nel 1935 a Oak Park (nell’Illinois), entrò nel cinema come aiuto regista di grandi nomi della Hollywood anni 50 e 60, tra cui Otto Preminger e Arthur Penn. Tra i  suoi primi film a basso costo, il più apprezzabile è La guerra del cittadino Joe, 1970, con l’esordiente Susan Sarandon; mentre sono trascurabili alcuni film pruriginosi, resi ancora più detestabili dal titolo appiccato in Italia, come Ore 10 lezione di sesso (1970) e Il PornOcchio (1971). Il suo primo film importante è Salvate la tigre (1973), film su un uomo in crisi nel pieno spirito dell’America di primi anni 70 tra guerra in Vietnam e Watergate: il film, oggi un po’ invecchiato, ebbe tre nomination agli Oscar di cui una si tramutò in statuetta per la strepitosa prova di Jack Lemmon (che vinse il suo secondo Oscar, il primo e unico da attore protagonista). Dopo litigi con i produttori che lo allontanarono da film che sarebbero diventati grandi successi, torna in auge proprio con Rocky (1976), scritto in pochi giorni da un attore sconosciuto come Stallone e che fu prodotto per scommessa con un budget limitato, riuscendo poi a incassare cifre astronomiche e a trionfare agli Oscar con sei nomination e tre premi (tra cui miglior film, miglior regia e miglior montaggio), dove sconfisse a sorpresa grossi calibri come Taxi Driver di Martin Scorsese, Quinto potere di Sidney Lumet e Tutti gli uomini del Presidente di Alan Pakula. Tanto amato dal pubblico quanto meno amato dalla critica – almeno, non a livello di quei capolavori – è però il film che rimane “vivo”, ancora oggi (come si vede a ogni passaggio in tv), rispetto a grandissimi film più legati allo specifico di quell’epoca. Con personaggi e singole sequenze indimenticabili; su tutte, ma non solo, il finale dopo il match con Apollo Creed. Da notare che Stallone venne nominato – pur non vincendo – sia come miglior attore che come miglior sceneggiatore: in precedenza gli unici due personaggi con tale accoppiata erano stati Charlie Chaplin e Orson Welles…

Dopo alcuni film minori o insuccessi (tra cui Ballando lo slow nella grande città del 1978, La formula del 1980 con Marlon Brando e I vicini di casa del 1981, con Dan Aykroyd e John Belushi, al suo ultimo film, con la coppia che non ripeté il successo dei Blues Brothers), il successo gli arride di nuovo con un altro film che dà origine a una fortunata serie: Per vincere domani – The Karate Kid (1984), con Pat Morita – candidato all’Oscar – anziano maestro di arti marziali di un ragazzino interpretato da Ralph Macchio. Ci furono altri tre sequel, ma stavolta almeno il secondo e il terzo film della saga – usciti nel 1986 e nel 1989 – furono ancora diretti da Avildsen.

La sua carriera poi si spense praticamente lì, tra film modesti e produzioni per la tv, se non fosse per il quinto Rocky (1990): sicuramente non un successo né un gran film, ma con momenti e guizzi del regista che fu. Dei titoli successivi non val la pena dar conto. Ma una carriera con quattro-cinque film dei suoi migliori, e un’affidabilità tecnica da ottimo artigiano, consegnano il nome di Avildsen alla storia di Hollywood.

Antonio Autieri

Una scena di Rocky (1976), quella del monologo (con Stallone ben doppiato da Gigi Proietti…)