Se ne è andato Garry Marshall e ciascuno di noi probabilmente piangerà per un motivo diverso. C’è chi lo ricorderà sopratutto come l’autore di serie televisive che hanno fatto la storia di generazioni, in particolare Happy Days e Mork e Mindy.

Per chi scrive, però, il prolifico regista, produttore e sceneggiatore (nato a New York nel 1934; di origini italiane, il cognome della famiglia era in origine Masciarelli) rimane nella memoria soprattutto per Pretty Woman (1990), la commedia romantica che da venticinque anni a questa parte ha ridefinito lo standard di tante storie d’amore. Al di là delle infinite repliche televisive (che raccolgono a dispetto di tutto sempre un gran pubblico), la storia d’amore tra la prostituta Vivian Ward (Julia Roberts bella e simpatica come non lo è forse mai più stata) e lo squalo della finanza Edward Lewis (Richard Gere) è uno dei pilastri di un genere che forse proprio all’inizio degli Anni Novanta ha raggiunto una maturità che era forse già il preludio dell’attuale decadenza.

Pretty Woman, che secondo alcune storie aveva girato per anni tra gli studios nella forma di un tristissimo dramma, è poi diventato il sinonimo della fiaba moderna a lieto fine (tutto grazie a “quella gran c.. di Cenerentola”), ed è anche merito di Marshall se certe scene sono ancora oggi prototipi di innumerevoli imitazioni: dalle lumache fatte volare alla cena elegante, al negozio “saccheggiato” a suon di carta di credito, dalle lezioni di bon ton al finale in limousine quando dopo che lui salva lei… lei salva lui.  Un film così memorabile (e irripetibile) che siamo felici di poter dimenticare che l’ultimo sforzo da scrittore di Marshall è stata la sceneggiatura del modesto  Mother’s day, l’ultimo pezzo di un trittico che comprende anche commedie corali dedicate a Natale e San Valentino. Del resto Marshall era una sicurezza proprio in quel genere a metà tra la rom com e il melodramma, che comprende anche un altro classico come Paura d’amare (Al Pacino e Michaelle Pfeiffer di nuovo insieme a quasi dieci anni da Scarface) e il più modesto Se scappi ti sposo (tentativo mal riuscito di replicare la coppia Julia Roberts-Richard Gere)

Del resto ci sono autori che senza essere dei maestri assoluti, sanno però entrare davvero nel cuore delle loro storie, facendoci amare i loro personaggi. Garry Marshall era uno così, al cinema come in televisione, dove era riuscito a far innamorare il pubblico di un alieno che salutava dicendo “Nano, nano” in Mork e Mindy (Mork, da Ork, un giovane Robin Williams, in missione di esplorazione del genere umano), e a far rivivere l’innocenza degli anni Cinquanta con Happy Days. In parte ispirato da American Graffiti (anche se in realtà spin off di un’altra serie di Marshall, Love, American Style) Happy Days è stato a sua volta il pilastro di un genere e ha regalato alla storia della televisione un personaggio indimenticabile come Fonzie (senza dimenticare il Ritchie Cunningham di Ron Howard). A rivederla adesso magari non è la situation comedy più brillante di quel decennio, ma ha lo stesso marchio di amabilità che Marshall ha saputo dare alla sua produzione, tanto come scrittore quanto come regista.

Può sembrare strano, per uno che ha lavorato nel cinema e nella televisione per sessant’anni, che tra le sue citazioni più famose ce ne sia una che dice “There is more to life than show business.” (c’è di più nella vita che lo showbusiness”). Eppure forse è proprio tutta questa vita che ha portato nello show business che tra trent’anni ancora ce lo farà ricordare con simpatia mentre per l’ennesima volta vedremo Richard Gere conquistare la felicità salendo una scala antincendio.

Laura Cotta Ramosino