Inizio anni 80. Chris Gardner è un venditore in crisi di macchine sanitarie. Lui sogna di sfondare e immagina di farcela tentando la dura carriera del broker finanziario, ripartendo da zero con uno stage gratuito. La moglie lo lascia. Rimane da solo con il figlio, con cui affronta situazioni drammatiche (senza casa, senza soldi, dormono nei rifugi dei diseredati) e la difficile risalita. Chris non cerca il successo, ma la felicità come “impone” la Dichiarazione d’Indipendenza americana.

La ricerca della felicità è proprio un bel film. Innanzi tutto ben realizzato, ben recitato, ben fotografato. Non è cosa poi così scontata, oggi, soprattutto in certo cinema americano a metà tra il dramma e la commedia umana. Se poi si parte da una storia vera le trappole sono numerose, a cominciare dal ricatto emotivo. In questo caso, inoltre, ci troviamo di fronte al debutto a Hollywood di un regista italiano, Gabriele Muccino (quello di Come te nessuno mai, L’ultimo bacio, Ricordati di me): hai detto niente, son tornati sconfitti dall’America autori e attori europei di peso superiore a Gabriele. Tanti altri, di belle speranze, si sono persi in film dimenticabili. Muccino, tanto deriso da certa stampa in Italia (a chi scrive i suoi film non fanno impazzire – ci sono molte superficialità – ma non si può non riconoscere che tecnicamente è tra i migliori registi italiani), si prende la sua bella rivincita “domando” un commediante di razza come Will Smith, esuberante e trascinatore quando deve far divertire il pubblico (Men in Black, Hitch) ma a rischio di eccessi e gigionerie. E qui invece sobrio e trattenuto, essenziale e bravissimo: canddato all’Oscar come miglior attore, meritava di vincere (oltre tutto in un’annata “normale”: il Forest Whitaker di L’ultimo re di Scozia era notevole ma meno emozionante).

Detto questo, il film – forse proprio a causa di antipatie e pregiudizi che Muccino si porta dal successo imprevisto avuto con L’ultimo bacio: come diceva Flaiano, in Italia ti perdonano tutto tranne il successo – ha conquistato il pubblico quanto diviso la critica. E se sono legittime alcune riserve sull’idea di fondo del film – la ricerca di felicità “sembra” esaurirsi nella riuscita economica, nell’ottenere beni materiali, status sociale, ricchezza – basta vedere a quale punto di resistenza umana e di lotta per la sopravvivenza arrivi il protagonista (che si chiama Chris Gardner come l’uomo che ha scritto il romanzo omonimo e a cui queste vicende sono capitate davvero, prima di “sfondare” e diventare un ricco uomo d’affari) per capire che in gioco c’è molto di più. C’è la dignità di un uomo e di un padre, che per stare con il figlio accetta quasi in silenzio anche il doloroso e inaccettabile abbandono della moglie (che si arrende alle difficoltà economiche). C’è un uomo che corre, corre sempre: un’immagine forte, che è un po’ il senso del film; non solo perché Chris deve sempre inseguire qualcuno (chi gli ruba i macchinari, pesanti e preziosi) o qualcosa (il tempo, sempre tiranno per lui spesso in ritardo o impegnato su più fronti, dall’asilo del figlio al lavoro). Ma perché disegna lo spessore di un uomo che non si tira indietro di fronte a tradimenti, delusioni, dolori, sfortune, buttando il cuore oltre ogni ostacolo. Un uomo che forse (non ne siamo sicuri) fraintende l’oggetto della sua corsa – la felicità è solo la carriera da broker? O quel desiderio è un “pezzo” di un qualcos’altro, di cui comunque legittimamente fa parte? – ma che non sbaglia nel giocare tutto nel rapporto con il figlio, fedele ombra e sostegno perfino in certi suoi goffi e teneri tentativi professionali (c’è qualcosa della coppia padre-figlio di Ladri di biciclette, che Muccino ha voluto far vedere a Will Smith prima delle riprese). Un uomo che ha il sogno di utilizzare un certo talento umano – che gli permette di conquistare la simpatia dei suoi capi nonostante un disastroso colloquio, reduce da una notte in galera – per trovare il suo posto nella società.

Muccino ha avuto il buon senso di “nascondersi” – come peraltro deve essere stato “costretto” dalla produzione americana Columbia – senza eccedere in quei giochi di macchina e riprese ansiogene che sono la cifra del suo stile; la vicenda era già carica di tensione per non doverla appesantire. E la sceneggiatura è così piena di “fatti” che è stato saggio limitarsi a raccontarli, senza inutili “tocchi d’autore”. Ne viene fuori un affresco umano potente e sincero, in cui è facile per il pubblico immedesimarsi. L’esito finale della corsa di Chris Gardner è ben altro che un happy end: la sua commozione è la commozione che ogni uomo “vero” ha provato di fronte a una cosa inseguita con fatica e serietà. Soprattutto se alla fine di un percorso anche di ingiusta sofferenza, che sembra così trovare un senso. E forse, l’inizio della felicità.

Antonio Autieri