È di certo il peggiore dei tre capitoli della trilogia Millennium, e non tanto per una storia che sulla carta aveva parecchio da dire e da raccontare, ma per carenze strutturali sia a livello di regia sia a livello di narrazione cinematografica. Daniel Alfredson già autore del secondo, debole episodio, La ragazza che giocava col fuoco, non va oltre il mestiere televisivo, rischiando poco o nulla da un punto si vista cinematografico. Non c’è mai un punto di vista originale della macchina da presa, né nell’imbarazzante incipit con protagonista il “mostro” biondo, già ‘villain’ del film precedente, né nella direzione degli interpreti, né in molti episodi che probabilmente sulla carta stampata hanno ben altro effetto, ma che sul grande schermo appaiono deboli, statici e prevedibili. Come, ad esempio, il telefonatissimo finale, o tutta la seconda parte, assai ferma, ambientata nelle aule del tribunale.

Certo, al regista non viene in soccorso nemmeno l’adattamento cinematografico firmato da Ulf Rydberg, incapace di dar corpo anche solo a uno dei numerosissimi personaggi presenti nella narrazione: e così se Lisbeth Salander, vera eroina del primo e in parte del secondo capitolo, è poco più che un corpo da esibire, e se d’altro canto il rapporto tra lei stessa e Mikael Blomkvist praticamente viene accantonato – il che è un peccato essendo la cosa migliore, emotivamente più intrigante di Uomini che odiano le donne – in compenso si aggiungono una quantità di personaggi potenzialmente interessanti ma poco sviluppati in sede di scrittura cinematografica. Davvero una quantità: ci sono i “cattivi” facenti parte della famigerata “Sezione”, un’organizzazione illegale; il “mostro” biondo di cui sopra, più figurina che vero personaggio; i colleghi di redazione del protagonista e la bella direttrice di giornale; l’hacker capellone amico di Lisbeth; i poliziotti buoni; un dottore affabile e uno psichiatra terribile; un’avvocatessa in gamba e un pubblico ministero acido. E tanti altri ancora. Purtroppo, nelle due ore e passa del film, regista e sceneggiatore non sviluppano alcuna storia collaterale, rimanendo invischiati in tanti punti morti e faticando pure a rendere credibile una storia con troppi punti oscuri: si veda ad esempio lo stile da bassa televisione con cui si seguono le gesta del gigante biondo nel totale disprezzo della verosimiglianza e – il che è peggio – nella più completa distanza da uno spettatore che non è mai indotto a partecipare all’azione.

Non abbiamo molto amato la versione cinematografica della trilogia Millennium, minata secondo noi da una violenza spesso fine a se stessa (la sequenza dello stupro ripresa molto dettagliatamente e riproposta in tutti e tre gli episodi), e segnata da una mancanza di perdono e di pietà di fronte a un male di cui sono portatori maschi ignobili e depravati. Ma almeno nel primo film, Uomini che odiano le donne, la regia, pur senza scossoni, di Niels Arden Oplev garantiva un certo ritmo e squarci paesaggistici notevoli mentre il secondo, La ragazza che giocava col fuoco, anche se più televisivo, possedeva ancora la forza di una storia ancora non del tutto srotolata. Qualità che La regina dei castelli di carta non possiede minimamente.

Simone Fortunato