1957. In un orfanotrofio statunitense arriva la piccola Beth Harmon: nove anni, zazzera rossiccia, poche, pochissime parole. Padre mai presente nella sua vita, madre mentalmente fragile e responsabile del volontario schianto automobilistico in cui lei perde la vita e la figlia invece sopravvive, la ragazzina stringe amicizia con il custode/tuttofare della struttura che, nel seminterrato dove tiene gli attrezzi del mestiere, la introduce al mondo degli scacchi, di cui ben presto Beth si rivela essere un enfant prodige. La vita della ragazzina, il cui talento fiorisce in gare contro contendenti anche più grandi di lei di scuole del circondario, cambia quando scopre che le “pilloline verdi” distribuite come prassi dall’istituto alle ospiti per “tenerle tranquille”, se accumulate e prese tutte insieme aumentano le sue capacità “visionarie” da scacchista e ancora di più quando di lì a qualche anno viene adottata e, senza alcun rimpianto, fornita di cervello geniale, personalità riservatissima ed enigmatica e ormai dipendenza da farmaci, affronta il mondo e la sua nuova vita.

Mini-serie di sette episodi targati Netflix, vero e  proprio (unico?) fenomeno mediatico del 2020, che ha consacrato la sua protagonista, la 24enne Anya Taylor-Joy (una delle ragazze sequestrate dal multipersonalità James McAvoy in Split) e ha rilanciato gli scacchi (boom di vendite sotto Natale!), La regina degli scacchi (tratto dall’omonimo romanzo dell’83 di Walter Travis; in originale The Queen’s Gambit, ovvero “Il gambetto di donna”, una mossa degli scacchi) ha catturato l’attenzione di tantissimi ed è piaciuta quasi a tutti.

Oltre che della brava, non canonica, centrata Taylor-Joy, La regina degli scacchi è l’ennesima consacrazione di Netflix, nostro signore e padrone dell’intrattenimento formato lockdown (e Dpcm restrittivi vari): la piattaforma streaming ci ha incastrato ancora una volta col suo prodotto “catchy” (accattivante) che parte da qualcosa che non era al centro dell’attenzione da un pezzo (sempre che gli scacchi lo siano mai stati) e lo rende talmente cool (grazie anche ai favolosi, colorati, swinging ’60s!) da renderlo imprescindibile (ora se non conosci arrocco e difesa siciliana non sei nessuno, vero?).

Curiosi di scoprire fin dove il talento di Beth la porterà (e quanto e come incideranno le sue dipendenze) e come si integrerà nel mondo una ragazza che il mondo non l’ha conosciuto mai, da spettatori si rimane subito presi, “dipendenti”, dalla storia, che pure in molti momenti chiede una certa pazienza, come del resto fa il gioco degli scacchi, nell’attendere lo sviluppo del gioco, la fine della partita.

Il viaggio umano della protagonista, segnato da una profonda solitudine, si snoda attraverso alcuni fondamentali incontri: triste destino dal punto di vista dei genitori (dei naturali s’è già detto; degli adottivi, il padre non sarà molto più presente del biologico e la madre sarà più una compagna di viaggio che un’autorità, pur in grado di elargire affetto e incoraggiamento), per Beth saranno fondamentali tanto gli amici quanto gli avversari (a volte essi coincideranno). Sia gli uni che gli altri contribuiranno a modellare, contenere, indirizzare, coltivare il suo talento.

Già. Perché proprio quella ragazzina, arrivata all’orfanotrofio tanto (apparentemente) inespressiva, ci sa così fare con pedone, cavallo, re & co? È perché ha dei poteri particolari (quali?) che l’hanno fatta uscire indenne da un incidente mortale per la madre? O è successo qualcos’altro prima che arrivasse all’istituto? Quanto c’entrano le pilloline verdi? Quanto un non mai dichiarato, ma lasciato intendere, disturbo della personalità per cui la ragazza fatica ad interagire col prossimo, non sorride quasi mai, non sa quasi cosa siano “le coccole”? Da dove arriva il talento? Vien da chiederselo di fronte alle strabilianti capacità di Beth, ed è una delle domande più interessanti che la serie pone; non sempre, però, tutto trova risposta e compimento, lasciando un po’ sospeso il delineamento della personalità della protagonista, così centrale nella storia, ma fagocitato dal climax che porta al grande scontro finale di Beth con un grande scacchista russo.

Borgov (il russo), è un punto interessante: Beth vorrebbe essere come lui, lo teme, lo insegue, ne è pungolata e distrutta allo stesso tempo, eppure è sulla sua stessa lunghezza d’onda, come rivela lui stesso durante un torneo a cui entrambi partecipano, rivolgendosi in russo ai suoi collaboratori in ascensore, credendo di non essere compreso da lei (e invece sì): «Lei è come noi, un’orfana, una sopravvissuta, per lei perdere non è contemplato. Altrimenti cosa le resterebbe nella vita?». Il suo principale avversario, col suo rispetto e con la comprensione della vera natura della ragazza, è forse per lei (insieme al custode dell’orfanotrofio) la figura più paterna della sua vita.

Sì, c’è anche il contrasto donne-uomini (le prime dai sogni castrati e che si accontentano di tristi di matrimoni sbagliati; i secondi che dominano anche il mondo degli scacchi, ricoprendo ancor più Beth di un’aura di unicità); sì c’è anche la contrapposizione Usa-Urss (Borgov-Beth, “vecchio” contro nuovo); ma il vero scontro della serie è di Beth contro se stessa: il suo meglio (gli scacchi) e il suo peggio (le sue cadute nelle dipendenze, la sua solitudine) fanno a botte per tutto il tempo, e spesso a riagganciarla sono proprio quegli incontri importanti di cui sopra. Amici-avversari come Benny Watts (biondo con cappello e bisaccia alla cintura, sicuro di sé e ossessionato dagli scacchi quanto Beth, interpretato da Thomas Brodie-Sangster visto, piccolo, in Love, Actually – era il figlio di Liam Neeson con domande importanti sull’amore -, ed era uno dei mocciosi che venivano raddrizzati dalla bàlia Emma Thompson in Tata Matilda). O come Harry Beltik (che al contrario di Watts si arrende più mansueto alla superiorità di Beth e non si scandalizza della sua vita “normale”, interpretato da Harry Melling – era l’insopportabile cugino Dudley di Harry Potter). E Jolene, amica dell’orfanotrofio che le aveva spiegato come funzionavano le pilloline verdi (mettendola in guardia dall’abusarne) e che rispunta dal passato giusto in tempo per tirarla su dal pavimento dopo l’ultima sbornia. Nessuno si salva da solo, neanche la scacchista geniale.

Vale la pena vederla? Sì. È imprescindibile come, che so, Breaking Bad? No. Abbiamo davvero tutti tantissima voglia, sempre, di seguire tutte le sfide alla scacchiera (sono tante!) della protagonista o di capirci qualcosa? No.

È, sì, la serie da guardare ora (anzi, se non l’avete ancora fatto siete in ritardo), perché riesce a fare la magia di rendere nuovo qualcosa di vecchio (gli scacchi), di – Stranger Things docet – portare in trionfo l’ennesima nerd talentuosa accontentando chi si sente genio e chi si sente sfigato e perché ci provoca, nella migliore delle ipotesi, a chiederci in cosa siamo bravi noi (oltre che a guardare le serie Netflix, naturalmente).

Eva Anelli