Fin dall’uscita de La promesse, nel 1996, i fratelli Dardenne si sono posti nello scenario del cinema europeo come un punto di riferimento per la critica e il pubblico. Il loro stile scabro e senza concessioni a colonne sonore o abbellimenti di sorta, che si rifà al neorealismo; le storie di gente comune che vive in posti spesso squallidi come le periferie delle nostre città europee; gli interrogativi dei protagonisti, figure sradicate da qualsiasi tradizione, e che ogni volta sono posti di fronte a interrogativi morali cui sembrano totalmente estranei, eppure si scoprono così connaturati alle loro esistenze solitarie e quasi selvagge.

Ne La ragazza senza nome, quello cui assistiamo è una vera “detective story”: Jenny Davin, una giovane dottoressa, cerca di scoprire chi è la ragazza in fuga che ha suonato al suo studio dopo l’orario di chiusura, alla quale lei non ha aperto, e che è stata ritrovata morta sulla riva del fiume. Forte della confidenza professionale che le accordano i pazienti, cerca di scoprire il nome e l’origine della ragazza di colore che si prostituiva vicino al suo ambulatorio, e della cui morte si sente responsabile. La carriera, il rapporto con lo studente di medicina che svolge uno stage presso di lei, le stesse relazioni con i suoi pazienti vengono scosse da questa indagine, vista con sospetto anche dalla polizia, le cui indagini vengono messe a repentaglio dal dilettantismo della giovane e dai rischi che corre. Ma Jenny è un personaggio che sembra obbedire solo agli assoluti senza compromessi: all’inizio redarguisce il suo giovane assistente perché si fa prendere troppo dalle emozioni, poi non apre la porta perché la stanchezza al termine della giornata di lavoro potrebbe compromettere la sua diagnosi. Quando scopre che la ragazza è morta, cerca un’assoluzione al suo comportamento con una ricerca che potrebbe costarle anche la vita.

Tutto questo indagare, insolito per i fratelli Dardenne, rende il film (rieditato e accorciato di 7 minuti dopo la tiepida accoglienza al Festival di Cannes 2016) quasi avulso dalla realtà in cui ci hanno abituato e immerso in tutti i loro film, una trama che potrebbe svolgersi in una qualsiasi crime story, e che ne sminuisce l’impatto rispetto ad altri titoli recenti, come L’enfant o Due giorni, una notte. Forse con una sola eccezione: la scena nella quale un uomo ammette le proprie responsabilità. Si trova con Jenny, e vuole che lei lo ascolti senza guardarlo in faccia, la fa girare verso il muro mentre lui parla tra le lacrime, come fosse in un confessionale. E quando ha finito, la fissa come se aspettasse un’assoluzione e una pena per espiare. Ma queste non verranno, l’unica cosa che gli viene offerta sono dei calmanti. Alla disperazione non c’è rimedio.

Beppe Musicco