Crudo e terribile, con una memorabile scena centrale di violenza pura. Si presenta così agli occhi dello spettatore l’ultimo film di David Cronenberg, La promessa dell’assassino. Cronenberg, regista non facile anzi piuttosto scomodo, ma dalla poetica e dallo stile riconoscibilissimi, ha sempre raccontato la stessa storia nei suoi film, da Videodrome, uno dei sui primi film, al recente A History of violence, passando per i più noti La mosca, Inseparabili, Crash. I film del regista canadese mettono infatti sempre al centro l’uomo e la sua trasformazione in qualcosa d’altro: in un insetto (La mosca), in una proiezione idealizzata di sé (il commovente melodramma M Butterfly). Spesso quello che emerge nei film di Cronenberg è il lato oscuro dell’animo e della psiche, gli aspetti più istintivi e “malati”: il male come malattia e come ossessione impossibile da debellare (si veda a questo proposito la parabola di follia di James Wood protagonista di Videodrome). Il male, insomma, è qui, tra di noi, nelle nostre case, nelle nostre menti. Si annida nei posti più imprevisti, la provincia americana di A History of Violence, dove un tranquillo barista celava una doppia, terribile identità. Oppure nel cuore di una Londra plumbea abitata, pare, da soli immigrati.

Perché La promessa dell’assassino è ambientato a Londra, ma parla russo. E non solo a parole, ma anche con tatuaggi-ferite che rivelano fino a un certo punto l’identità del protagonista. E allora La promesa dell’assassino non è soltanto un buon gangster movie in salsa russa. In realtà, pur utilizzando codice, linguaggio e facce da gangster (memorabili gli occhi di ghiaccio del boss russo interpretato da Armin Mueller-Stahl) il film dice anche qualcosa d’altro: è innanzitutto un dramma d’identità dalle movenze scespiriane in cui la violenza e il sangue – che non mancano per tutto il film – sottolineano con forza l’unica vera domanda che muove tutto il film: chi sono io? Chi è infatti Nikolai, il personaggio interpretato dal bravo Viggo Mortensen? E’ un semplice autista della malavita russa, un boss in carriera della mala, l’amante segreto di Kirill (Vincent Cassell), o qualcosa di più o di diverso? E lo stesso si potrebbe dire dei diversi, riusciti personaggi che percorrono il film: il boss mafioso, dolce nonno e proprietario di un locale in centro Londra, in realtà padrino dei più crudeli. O ancora, il personaggio violento e delicato di Vincent Cassell, nascostamente e vergognosamente omosessuale.

Quali allora i pregi de La promessa dell’assassino? Una messinscena sobria che fa sì ricorso e ampiamente al sangue ma per motivi di “genere”; una direzione degli attori efficace e una “scrittura” precisa dei caratteri, con l’eccezione forse di Naomi Watts, il personaggio più debole e meno verosimile della vicenda. Un discorso attuale e vero sull’uomo di oggi, che vive quotidianamente il terrore di un nemico interno. Che c’è e contro cui bisogna combattere con tutte le proprie forze, ma che non è semplicemente il “mostro”, qualcosa a parte rispetto a noi e che non c’entra con noi. È la punta nera di un iceberg chiamato peccato e che, diversamente dosato, c’entra con la vita di tutti noi. E’ con il nostro cuore che bisogna combattere: la vera, quotidiana e più dura battaglia, infatti, si gioca infatti proprio da quelle parti. E nessuno può tirarsi indietro.

Simone Fortunato