È l’elaborazione, difficile se non impossibile, di un lutto a unire un profugo dall’Africa, Dani, e il giovanissimo Michele, i due protagonisti del secondo film di finzione di Andrea Segre. Dopo i consensi del pregevole Io sono Li, ancora una volta il suo sguardo si concentra su un uomo sradicato, che cerca di ricostruirsi una vita lontano dalla patria; e in genere su persone marginali e sofferenti. Dani, immigrato del Togo, è scappato da una Libia in guerra con la moglie incinta all’ottavo mese, affondando una di quelle terribili traversate che le cronache ci raccontano periodicamente; lei non resse la prova e morì dopo aver partorito la figlia, con cui il marito non riesce a stare (tanto da farla piangere senza consolarla). Come tanti altri stranieri dislocati all’arrivo in Italia in varie zone del Paese, l’uomo è stato parcheggiato provvisoriamente – in attesa di sapere se la sua domanda di regolarizzazione sarà accettata e, nel caso, proseguire poi per la Francia – in una casa di accoglienza in Trentino, in un paesino della valle dei Mocheni dove all’italiano si alterna un dialetto ostico per chi non è di quelle parti (e infatti il film alterna alla nostra lingua i sottotitoli che accompagnano il francese e una parlata africana per Dani e il dialetto per alcune frasi degli abitanti del luogo). L’uomo, piegato dal dolore, pian piano fa amicizia con il nonno di Michele, falegname presso cui lavora. Michele è un ragazzino sofferente per la morte del padre, tragedia avvenuta in montagna che imputa alla mamma (una Anita Caprioli ingessata da un ruolo non molto sfaccettato). Anche lei soffre, ma cerca di venirne fuori in modi superficiali (come portarsi a casa un uomo, oltre tutto inviso al ragazzo) che non possono che acuire la distanza tra madre e figlio. Per Michele, invece, sempre più centrale è la figura di Dani: ma lui è interessato a rimanere in quelle terre, così suggestive ma così lontane da lui che non ha mai nemmeno visto quella neve che tutti attendono?,Segre al suo secondo film – dopo numerosi documentari: e l’approccio da documentarista gli è rimasto, nello sguardo a luoghi, cose e persone – conferma le doti di sensibilità, ma stavolta il risultato complessivo non soddisfa appieno. In primo luogo per la differente caratura del cast: se anche stavolta ci sono Giuseppe Battiston e Roberto Citran, i due bravi attori hanno ruoli troppo ridotti (il secondo è poco più che un cameo) per incidere; della brava ma mal utilizzata Anita Caprioli abbiamo già detto, degli altri attori (il protagonista Dani, il giovanissimo Michele, il “nonno” Pietro) si apprezza giusto l’impegno e la sincerità, ma che non è sufficiente per superare una sensazione di indefinito e programmatico a un tempo; ben altro rilievo avevano due grandi attori come la cinese Zhao Tao e il croato Rade Serbedzja in Io sono Li. La sceneggiatura, soprattutto, delinea con prevedibilità gli snodi, assegna a ogni figura dilemmi e scelte che li ingabbiano, non regala mai sorprese e “libertà” ai propri personaggi; e anche la poesia, che caratterizzava l’amicizia tra i due stranieri nel precedente film, qui è troppo insistita, con frasi retoriche e artefatte (“le cose che hanno lo stesso odore devono stare insieme”). Sarà anche possibile, per esempio, che un padre respinga la figlia neonata perché “vedo mia moglie nei suoi occhi”, ma la sua durezza di cuore è troppo meccanicamente rappresentata sullo schermo per risultare credibile; così l’astio del figlio orfano verso la madre. Soluzioni così scontate da risultare banali (la scena, telefonatissima, del ragazzo che trova la madre insieme all’imprevisto compagno di una notte, con annessa fuga di Michele e corsa disperata della madre). Se aggiungiamo un ritmo fin troppo diluito nella prima parte, La prima neve fatica a catturare l’interesse dello spettatore; e solo in poche scene ha quello scatto d’ali che fa sperare in esiti sorprendenti (per esempio quando il ragazzino sta con i suoi coetanei). A riscattare retorica e luoghi comuni che vorrebbero spremere commozione – tra questi mettiamo anche il titolo che introduce alla sorpresa di Dani per la neve: ma anche questa è un’idea che poi sullo schermo non trova una realizzazione forte che la renda necessaria – c’è l’ultima scena. In cui Dani e Michele si trovano in cima a una montagna, insieme, da soli: e il ragazzino chiede con candore e discrezione al nuovo amico, in fuga verso un altrove e da un dolore, un impegno con lui e con sua figlia. E nell’apertura di una risposta appena abbozzata ci sta forse l’unico spiraglio di vera umanità di un film onesto, rispettabile ma troppo frenato e troppo “detto”.,Antonio Autieri