Al festival di Venezia 2010 è stato il film più divertente e più bello: La passione, decimo film di Carlo Mazzacurati (a non considerare il primissimo, giovanile Vagabondi mai distribuito per il fallimento della Gaumont), fa parte di quella sua vena migliore, dei film ambientati in una provincia a volte agra, a volte piena di contraddizioni ma sempre con personaggi che si dibattono per un confuso desiderio di felicità o di bene. E nel suo nuovo film il protagonista è davvero confuso, in tutti i sensi: Gianni Dubois (un Silvio Orlando divertente come ai suoi esordi comici in teatro e tv) è un regista cinematografico in crisi, che non fa più un film da cinque anni. Il suo produttore gli sta alle costole, vuole in fretta un’idea da proporre a un’attricetta di una soap tv che, stranamente, vuol lavorare col povero Dubois. Che però di idee non ne ha, almeno decenti. E intanto gli crolla il mondo addosso: nella sua casa in Toscana gravi perdite nei tubi marci rovinano l’affresco rinascimentale della chiesa adiacente. Unico modo per non incorrere nelle ire di sindaco e cittadini: dirigere la Sacra Rappresentazione della Passione di Cristo: e al Venerdì santo mancano solo tre giorni… L’ignoranza specifica sul tema sarebbe il meno: ai suoi ordini ci sono solo paesani volenterosi e goffi. E anche l’unico “professionista” (un attore che “recita” le previsioni del tempo su una tv locale, interpretato da un esilarante Corrado Guzzanti) è un vero cane… Basta il volenteroso aiuto di Ramiro, un ex carcerato che sa il Vangelo a memoria e che in galera ha imparato l’amore per il teatro (ma che ha ancora qualche problema con la giustizia)?,La passione è un film divertente, brioso, con i tempi comici giusti (tante le gag indimenticabili: dal dettato a scuola per avere copioni “fotocopiati”, con inevitabile refuso strappa risate, a Guzzanti che tromboneggia sul “teatro verità: «La gomma piuma ha ucciso il teatro italiano»), con il gusto del tormentone (il cellulare che non prende) e del sarcasmo leggero (la tirata contro i quotidiani, con l’albero dei registi di Repubblica: che è stato davvero pubblicato, anni fa…). Il tutto però con quella cifra deliziosamente malinconica dei film migliori di Mazzacurati (dal suo esordio Notte italiana – che forse rimane il suo film migliore – a Il toro, da Vesna va veloce a La lingua del santo o a La giusta distanza), per raccontare un momento di empasse nella vita di un uomo (è secondario che si tratti di un artista). Se la Passione di Cristo è raccontata, per ammissione dello stesso regista, solo da un punto di vista laico (ma a un certo punto la rappresentazione toglie il fiato a tutti per l’emozione, come se una nascosta verità si manifestasse ai presenti), la solidarietà di alcuni personaggi attorno all’artista in crisi creativa crea, miracolosamente, le condizioni per una rinascita imprevista.,Antonio Autieri,