È il 5 maggio 2002. A Roma si giocano due partite; la memorabile Lazio-Inter (che costerà ai nerazzurri uno scudetto già vinto) e la finale che, su un campo polveroso di periferia, vede coinvolto lo Sporting Roma. La squadra di ragazzi che non vince niente da decenni ma questa volta, trainata dal talento di Antonio (Gabriele Fiore), l’impresa può essere compiuta. C’è grande fiducia. Però qualcosa non va; Antonio è distratto, sbaglia gol incredibili non da lui e scambia sguardi interrogativi con il padre a bordo campo. Il più perplesso, tuttavia, è Claudio, l’allenatore che più di tutti vuole vincere per togliersi la fama del perdente. Le sue speranze saranno destinate a rimanere
tali…
Esordio cinematografico per Francesco Carnesecchi che porta su grande schermo un film che è lo sviluppo di un corto da lui stesso diretto. Siamo di fronte, ancora a una volta, a un film che parte dal calcio per raccontare miserie e viltà che ruotano attorno al mondo del pallone, anche in periferia. Sono due le partite che si giocano: quella sul campo e quella fuori, dove un giro di scommesse impone la sconfitta dello Sporting. Ci sono intrallazzi di droga con la malavita locale, guidata da un boss cui dà volto Giorgio Colangeli, che vuole mettere le mani sul campo sportivo per farne un centro moderno. Il film è molto spezzettato e ruota soprattutto attorno agli occhi allucinati di Francesco Pannofino, nei panni dell’allenatore che vuole trascinare la squadra all’ambito trofeo. Troppo grottesca la figura di Italo (Alberto Di Stasio), il presidente costretto dai debiti contratti dal figlio cocainomane a vendere la partita e che alla fine risulta un personaggio un po’ troppo fuori tono, allucinato e sopra le righe.

Il film mette molta, troppa carne al fuoco, ma il tutto risulta poco convincente anche se il finale, con un piccolo colpo di scena, riesce a sorprendere lo spettatore. Ma è un po’ poco. Meglio, nello stesso genere, un film come La volta buona.

Aldo Artosin