La “parte degli angeli” cui fa riferimento il titolo è quella parte di whisky (il 2% circa) che ogni anno evapora nell’aria e va apparentemente perduta. Ma è proprio quella maturazione negli anni che fa del whisky più pregiato qualcosa di unico e inimitabile, anche quando, come accade ad un certo punto nel film, viene trasportato in una bottiglia di bibita da supermercato. Lo stesso contenuto prezioso che può nascondere la “confezione” poco raccomandabile di Robbie: un padre e una madre spesso in galera e incapaci di crescerlo, un’adolescenza da senzatetto, drogato e piccolo delinquente, una certa tendenza a menare le mani, tutti handicap che sembrano condannare Robbie, agli occhi del mondo ma anche di se stesso, ad un destino da perdente e da nullità. Gli stessi che gli ricorda il padre della sua ragazza per convincerlo a lasciare Glasgow e rifarsi una vita senza trascinare nel baratro quella della ragazza e di suo figlio. Ma è proprio la nascita di suo figlio Luke che scatena in Robbie (l’interprete Paul Brannigan, un attore non professionista che ha vissuto la stessa esperienza del suo personaggio, passando da piccolo delinquente a responsabile di servizi di aiuto ai giovani sbandati) il desiderio di essere diverso. Da un lato diventare capace di provvedere a se stesso e alla sua piccola famiglia, e dall’altro di non far più del male a persone che, a loro volta, scopre “figli di qualcuno” come il piccolo Luke lo è per lui.

Il desiderio di cambiare, però, non lo porterebbe da nessuna parte se non trovasse qualcuno disposto a guardarlo in modo diverso, a dargli una possibilità. Si tratta prima di tutto di Henry, l’addetto ai servizi sociali a cui viene affidato per 300 ore di lavoro insieme ad altri sbandati come lui. Un uomo che, lo intuiamo, è tutto fuorchè perfetto e ha a sua volta una storia dolorosa alle spalle, ma che guarda i ragazzi con amore e rispetto. Henry, con una visita ad una distilleria e una degustazione a Edimburgo, farà scoprire a Robbie una passione e un talento: il whisky e la capacità di gustarlo e riconoscerlo. Una bevanda che ha bisogno di tempo per farsi e di rispetto per essere apprezzata e che diventa un po’ anche una scuola di maturazione per Robbie e i suoi tre stralunati amici. E pazienza se poi il quartetto trova un modo non proprio legale per sfruttare questa passione: in una distilleria dispersa nelle valli del nord della Scozia si batte all’asta una botte rarissima e loro si mettono in testa di rubarne il contenuto.

Di qui si susseguono una serie di peripezie esilaranti segnate da genialità, idiozia, sfortuna e fortuna fino ad un happy end che per una volta non suona assolutamente posticcio e ha il realismo di mostrare come solo alcuni abbiano il cuore e l’intelligenza abbastanza aperti per cogliere la seconda possibilità quando si presenta. La terra promessa, al di là del “colpo” resta quella di un lavoro vero: quello che, secondo Ken Loach, che resta fedele alla sua concezione marxista, seppure venandola di un sorriso umanista, risolverebbe i problemi di un’intera generazione che troppo facilmente si perde. Più che il lavoro, verso cui Robbie alla fine si allontana insieme a Leonie e al piccolo Luke, quello che cambia la vita è proprio uno sguardo diverso, di persone forse ferite quanto lui, ma capaci di vedere oltre l’apparenza, degli angeli quanto quelli che forse si bevono quel 2% di whisky e lo rendono così buono.

Laura Cotta Ramosino