È morto il 2 aprile all’età di 106 anni il regista portoghese Manoel de Oliveira. Nato a Porto nel 1908, dove è deceduto, nella lunghissima carriera cominciata nel 1942 – e mai interrotta – ha realizzato una sessantina di titoli tra film, corti e documentari (intensificando la sua attività negli ultimi decenni della sua vita) e ha vinto innumerevoli premi, tra cui due alla carriera sia alla Mostra del cinema di Venezia che al festival di Cannes. Considerato il più importante cineasta portoghese, tra i suoi film più noti si ricordano Francisca (1981), No, o la folle gloria del comando (1990), La divina commedia (1991), La valle del peccato (1993), Viaggio all’inizio del mondo (1997, ultimo film interpretato da Marcello Mastroianni, La lettera (1999), Ritorno a casa (2001). E, dopo aver compiuto 100 anni, gli ultimi Singolarità di una ragazza bionda (2009), O Estranho Caso de Angélica (2010), Gebo e l’ombra (2012) fino al cortometraggio O Velho do Restelo, presentato all’ultima Mostra di Venezia, che era uscito in Portogallo in occasione del suo 106° compleanno.
Caratterizzato da uno stile riflessivo e con grande attenzione alla parola, molto apprezzato dai critici e dai cinefili quanto oggettivamente ostico per il grande pubblico, De Oliveira è stato tra i cineasti tanto citati dai media quanto poco conosciuti, vero simbolo di una distanza che – a dispetto anche delle qualità dei suoi film – si è acuita tra cinema “alto” e pubblico. Forse non a caso la sua produzione si è intensificata dagli anni 90 in pochi (ben oltre i suoi 80 anni di vita), quando erano scomparsi o non più in attività maestri altrettanto complessi ma più universalmente apprezzati come Bergman, Bresson, Bunuel, Kurosawa, Tarkovskij. Anche i suoi film migliori, a nostro parere Viaggio all’inizio del mondo e Ritorno a casa, sono gravati da una programmatica distanziazione dallo spettatore e da uno sguardo tra il sarcastico e lo sgomento verso il mondo e l’umanità che ce lo ha fatto sempre sentire rispettabile e stimabile, ma mai davvero vicino alla nostra passione. Paradossalmente, ricordiamo con maggior simpatia alcuni suoi divertissement come certi suoi corti folgoranti, per esempio Do Visìvel ao Invìsivel presentato a Venezia nel 2005. O il cameo autoironico e “chapliniano” in Lisbon Story dell’allievo e complice Wim Wenders.

Antonio Autieri