Esordio da regista per Zach Braff, già protagonista della serie tv Scrubs, il quale ci descrive con sapiente sobrietà la vita di Andrew che, fuggito dalla famiglia per cercare gloria nel cinema, si trova, nove anni dopo, a dover tornare nella sua vecchia cittadina per i funerali della madre. Questo avvenimento chiede al nostro protagonista di crescere: così, districandosi con il fido sidecar per le vie della cittadina del Garden State, riuscirà a guardare oltre il suo dolore.

Ogni aspetto della vita di Andrew è descritto con intelligenza e profondità, in primis il rapporto con il padre Gideon (Ian Holm) il quale più che essere padre è il suo psichiatra. Gideon, ritenendolo responsabile della paralisi della madre, tenta di tenerlo “buono” mandandolo in collegio e somministrandogli grosse quantità di psicofarmaci (in particolare il lithium) che lo rendono atarassico, tanto che pare che le droghe più pesanti gli facciano “soltanto” un effetto analogo, sottraendolo alla vita e rendendolo insensibile alle circostanze quotidiane. Andrew invece capirà che “contravvenire alle prescrizioni del medico è un esperimento piuttosto rischioso” ma conveniente, soprattutto se tali indicazioni ti sono date perché ti si vuole proteggere dai drammi e dalle sofferenze della vita. Per questo motivo la paraplegia della madre era stata l’anticamera che aveva spinto la donna al suicidio e al rinnegamento di quella vita finta e ovattata che aveva inghiottito i genitori. Nonostante il dolore delle circostanze val la pena vivere, e questo Andrew lo capisce benissimo: “Quello che desidero di più è che io possa tornare a provare qualcosa, anche se è un dolore”.

A sostenere Andrew in quei giorni di lutto, potrebbero essere i due amici Mark e Jesse, i quali pur vivendo condizioni diverse – chi ricco sfondato grazie al brevetto del velcro ‘silenzioso’, chi invece costretto a lavorare come becchino per sbarcare il lunario – rimangono nella loro mediocrità, lasciandosi trascinare dagli eventi, cercando l’evasione come salvezza dal grigiore quotidiano del Garden State. Nella confusione di quei giorni, invece, emergerà Samantha (la deliziosa Natalie Portman), incontrata dal neurologo: sarà lei che con la sua vitalità, con le sue innocue bugie, comincerà a far vivere veramente Andrew, non più anestetizzato da farmaci, ma facendogli apprezzare anche le cose più insignificanti. E il conoscersi più a fondo porterà i ragazzi ad una tale familiarità che Samantha diventerà per Andrew la certezza cercata da tempo. In questo il finale è proprio bello e pare funzionare: gli aspetti della vita vanno tutti insieme, non si può escludere nulla.

La mia vita a Garden State è un film è costellato di piccoli particolari che nell’insieme fanno amare i 100 minuti scarsi di pellicola: si pensi ad alcune gag, al nome del protagonista “Andrew Largeman” – nomina consequentia rerum per un gioco azzeccatissimo – e ad una splendida colonna sonora dove svetta su tutte “One of these things first” di Nick Drake.

Benedetto Di Blasi