“La casa era giusto al confine tra il vento e la sete/ un posto abitato da fate/ e da poche altre forme di vita ugualmente concrete/ vicino all’incrocio di un paio di strade sterrate/ che senza motivo apparente si incontrano/ e poi disperate ripartono/ tristi/ così come sono arrivate.” Durante una lezione, l’insegnante Valerio Mastandrea fa ascoltare alla classe L’autostrada di Daniele Silvestri. Cos’è “la casa”? È il luogo segnato da guerra e miseria, che si è costretti a lasciare in cerca di una vita migliore? Oppure è la condizione in cui ci si ritrova quando, avendo già cambiato Paese, si scopre di non avere un posto nella società? Comunque la si voglia interpretare, l’immagine di casa che attraversa gli occhi di un migrante ne esce carica di sofferenza.,Nella discussione sulla differenza tra le espressioni “essere a casa”, ”essere di casa” e “sentirsi a casa”, gli studenti esprimono il rapporto ambivalente che intrattengono con Paese d’origine e Paese d’accoglienza: da una parte la nostalgia, ma anche ricordi dolorosi; dall’altra la voglia di restare, ma anche l’estraneità nei confronti di un mondo spesso chiuso e ostile. ,Gli alunni del film provengono da centri di formazione dove studiano l’italiano per ottenere il permesso di soggiorno, unico attore professionista è Mastandrea: realtà e finzione dunque si compenetrano fin dall’ideazione della sceneggiatura, che viene modellata sulla base delle autentiche storie di vita degli interpreti. Non solo: nella trama il regista ha voluto includere anche la propria realtà, con le difficoltà e i rischi che comporta la realizzazione di una pellicola di questo tipo (l’impegno di denunciare un disagio senza scadere nella retorica, ma anche difficoltà più concrete come la condizione precaria in cui si trovano gli studenti/attori). La storia principale è intervallata da sequenze in cui la macchina da presa riprende ad esempio i fonici mentre mettono i microfoni agli attori, il regista che chiede a Mastandrea di ripetere una scena, o altri eventi (che non riveliamo) che incidono sulla sceneggiatura in modo più significativo.,Quello che ne esce è così un singolare “film nel film” dalla struttura aperta e dalla trama in gran parte trasformata e improvvisata in corso d’opera, dove la riflessione sull’integrazione razziale si accompagna a una più ampia riflessione sul significato e la responsabilità di fare cinema. ,L’intelligente miscela di realtà e finzione porta allo straniamento e fa in modo che le parti romanzate siano coinvolgenti quanto quelle reali, perché altrettanto verosimili. Il racconto di un disagio attuale e irrisolto è efficace anche perché reso non in maniera univoca ma nella forma di uno scambio, anzi tre scambi sovrapposti: tra maestro e studenti, tra italiano e stranieri, tra l’uomo-regista e gli uomini-attori. In questi scambi Gaglianone ci consegna una sincera lezione di umanità, insieme all’amara consapevolezza di un sistema che sembra schiacciarla.

Maria Triberti