Inizio surreale, che dà subito il tono del film: accompagnati dalla voce fuori campo del protagonista (interpretato dal regista Pierfrancesco Diliberto in arte Pif, già inviato del programma “Le iene”), scopriamo che la vita di Arturo – nato a Palermo agli inizi degli anni 70 – è stata subito condizionata dalla mafia. Fin dal concepimento, la notte delle nozze dei genitori, quando nello stesso istante e nello stesso palazzo un commando di killer vestiti da poliziotti (tranne uno, che non voleva rischiare di morire con la divisa da sbirro…) fanno irruzione nel covo di un clan rivale. Quella sparatoria e quei morti ammazzati non sono nel segno di un “film di mafia” classico, ma di un’opera prima che cerca la difficile strada della contaminazione tra commedia e denuncia. Facendo ridere su cose serissime, ovvero su pagine terribili della storia siciliana e italiana. Una via pericolosa, ma anche coraggiosa.,La vita del piccolo Arturo continuerà così: la prima parola non sarà mamma o papà ma, già a due anni suonati, “mafia” (e proprio quando vedrà il sacerdote che lo ha battezzato, colluso con le cosche); sarà impressionato dai tragici fatti di cronaca, e spaventato dalle voci – tendenziose – di chi li derubrica a fatti di donne, tanto da essere inizialmente spaventato dalla compagna di classe di cui si sta innamorando; sarà colpito da figure gentili attorno a lui, prodighe di consigli o sorrisi, che poi vedrà cadere sotto i colpi di attentati. E mentre la piccola Flora non ricambia le sue attenzioni, bensì quello del rivale scorretto Fofò, e poi se ne va al Nord, lui si appassiona alla figura del presidente del Consiglio Giulio Andreotti e gli nasce il desiderio di fare il giornalista (anche per averne conosciuto uno vero), tanto da vincere un concorso che gli permetterà di fare l’ultima intervista al generale Dalla Chiesa… Poi passeranno gli anni, diventerà un ragazzo. E quando Flora tornerà finalmente a Palermo, al servizio dell’onorevole Salvo Lima, finirà per lavorare con lei. Ma poi – siamo nel 1992 – arriva un’altra serie di omicidi terribili (a cominciare da quello dello stesso Lima) che cambiano definitivamente la sua vita…,Si può eccepire su tanti aspetti del film di esordio di Pif. A cominciare dalla sua voce fuori campo, forse proprio per una voce che suona televisiva e quindi un po’ straniante (ma dopo un po’, non ci si fa più caso); e se i bambini sono bravi (la parte dell’infanzia è la migliore), in particolare il piccolo Alex Bisconti, la scarsa attitudine della “iena” tv a recitare si vede tutta, soprattutto nei dialoghi con un'interprete esperta come Cristiana Capotondi. In generale, la poesia della prima parte si perde con i protagonisti cresciuti; con momenti meno curati, difetti di sceneggiatura, scene tirate via. Si può contestare soprattutto una visione parziale dei fatti raccontati, con Andreotti che ovviamente non ne esce bene (ma è astuta, e anche oggettivamente divertente, la scelta di non attaccarlo direttamente ma di virare tutto in paradossale scelta comica del bambino fan del “divo Giulio”, con tanto di poster in camera…); o il fatto che l’unica figura di religioso che si vede sia macchiettisticamente mafiosa (e ha anche altri lati oscuri), come se non ci fossero stati il cardinale Pappalardo e tante altre figure coraggiosamente schierate contro la mafia (si sono ricordati da poco i vent’anni dall’omicidio di don Puglisi). Ma sono limiti che non offuscano, a nostro avviso, le qualità complessive del film, che sa unire bene la vita di Arturo e di chi gli sta attorno con le immagini di repertorio (che suscitano grande emozione). Arturo è sempre al centro o a due passi da eventi che hanno segnato, e insanguinato, la sua Palermo e la sua Sicilia; come un Forrest Gump, che conosce il commissario Boris Giuliano e il magistrato Rocco Chinnici, e scopre chi sono dopo la loro morte. Si ripercorre la storia di quegli anni, e ci sono i vari Totò Riina (forse troppo ripulito nell’aspetto e nell’eloquio, da analfabeta come lo descrivono in genere, ma certo altrettanto inquietante) e scagnozzi vari, scene truculente dall’umorismo nero, persone coraggiose e tante altre pavide e meschine. E poi, con un’accelerazione che forse non aiuterà gli spettatori più giovani, ci sono le indagini di Falcone e Borsellino, il maxiprocesso, la loro “esecuzione”. E la presa di coscienza di un popolo che non ce la fa più, ed esplode; rappresentato con scene vere, dei telegiornali dell’epoca, di funerali pieni di dolore e rabbia. ,Soprattutto, un finale riuscito e anche commovente fa comprendere il senso di un racconto urgente per chi ha vissuto quei momenti da vicino e non come meri fatti di una cronaca lontana: quella coraggiosa presa di coscienza di chi guarda in faccia la mafia e la combatte è un atto individuale, che diventa un imperativo morale tramandare alle nuove generazioni. Con semplicità, percorrendo i luoghi della memoria e raccontando a un figlio di persone “bravissime”, caduti sui campi di battaglia di una guerra terribile che un contropotere dichiarò allo Stato, e a tutti gli italiani. E che sarebbe un errore far diventare una battaglia di parte (rischio fortissimo, tra i tanti, in questi ultimi vent’anni). Se questa è retorica, datecene ancora.,Antonio Autieri,