Andreus Kartack è un ex minatore polacco – trasferitosi per lavoro da anni in Francia – caduto in disgrazia dopo aver ucciso accidentalmente un uomo, un omicidio che lo aveva portato per qualche tempo in prigione. Ora, alcolizzato, Andreas vive a Parigi sotto i ponti, ma un giorno riceve 200 franchi da un uomo: un prestito, ma da restituire non all’elegante sconosciuto bensì da riportare nel giorno di domenica a santa Teresa di Lisieux, di cui l’uomo è devoto, ovvero nella Chiesa di Santa Maria di Batignolles, dov’è presente una statua della santa.

Grazie all’insperato prestito, Andreas rinasce. Però il vizio del bere non lo abbandona. Il film vede susseguirsi una serie di incontri che distolgono ogni volta Andreas dal suo impegno e che lo riportano al vizio: la donna per cui aveva ucciso involontariamente, un vecchio compagno di scuola diventato pugile famoso, una ballerina con cui vivere un’avventura. Ma la sua determinazione non viene mai meno, come pure il rimorso per i propri peccati e per il “debito” con la Santa da pagare. Lui continua a cadere e a rialzarsi. in seguito a una serie di accadimenti miracolosi e imprevedibili, di cui è grato, continua a perdere e ritrovare i soldi  da restituire. Eppure ogni domenica si avvicina alla chiesa ma viene sempre allontanato da qualcosa o da qualcuno, tentazioni invincibili per lui… E non ha mai la forza di mantenere l’impegno che pure vuole assolvere, con tutte le sue deboli forze.

Con La leggenda del santo bevitore Ermanno Olmi giunge a una delle vette del suo Cinema, adattando l’omonimo, splendido racconto di Joseph Roth (che aveva molti tratti in comune con la sua biografia, dalle origini mitteleuropee alla vicenda umana segnata da sofferenze, cadute, vizi), realizzando una commovente parabola dell’uomo cambiato dallo sguardo di un Altro e salvato dalla Grazia, che travolge di continuo ogni suo limite e peccato. Un film meraviglioso, anche per le qualità visive e scenografiche e la scelta di interpreti dai volti perfetti per ogni ruolo, che all’epoca vinse tantissimi premi (Leone d’oro a Venezia 1988, e poi l’anno successivo David di Donatello, Nastro d’argento e Ciak d’oro sempre come miglior film dell’anno).

Uno dei più grandi capolavori di Olmi, che si giovò anche della collaborazione alla sceneggiatura del grande critico cinematografico Tullio Kezich e che trovò nel volto sofferente di Rutger Hauer – il celebre replicante di Blade Runner – un protagonista perfetto per questa storia di caduta e redenzione. Come scrisse un altro grande critico, Francesco Bolzoni, «il racconto di un naufrago che, paradossalmente, non ti ferisce. Ti restituisce, anzi, gioia di vivere».

Commovente l’epigrafe finale, ripresa dal racconto di Roth: «Conceda Dio a tutti noi, a noi bevitori, una morte così lieve e bella».

Antonio Autieri