Dopo un prologo ambientato nel passato, forse medievale, in cui un signorotto spadroneggia con prepotenza e violenta arroganza su un cafone, la storia si dipana in un passato più recente: in La guerra dei cafoni – dal romanzo omonimo di Carlo D’Amicis – siamo negli anni 70, come si intuisce dal riferimento al terzino brasiliano Francisco Marinho, star della Seleçao ai Mondiali del 1974, cui si ispira fino a usarne il nome un ragazzino. Nel paesino – inventato – di Torrematta, nel Salento pugliese, un gruppo di ragazzini figli di povera gente, guidati da Scaleno, vive separata dai figli dei signori. Faticano a capire l’italiano e a ed esprimersi (trovano una barca che ha il nome di Orgoglio cafone, ma non sanno cosa vuol dire orgoglio…), nel loro dialetto stretto e incomprensibile fuori da quel contesto (fondamentali i sottotitoli…). Ma lo scontro, con una banda rivale di signori ricchi e sprezzanti capitanati da Marinho, sarà inevitabile. In mezzo una ragazza dei primi, contesa da un ragazzo degli altri: la bella Mela, cui il biondo Marinho prima tira un secchio d’acqua pieno di meduse, creandole sfoghi e ustioni, poi fa una corte serrata, di nascosto però dai suoi amici. Novelli Romeo e Giulietta di fazioni opposte, potranno vincere le reciproche ostilità? Marinho paradossalmente è il più ostile, ma alcuni dei suoi sono stanchi e non lo vogliono seguire nell’ennesima guerra: «Bisogna fare la pace».  Ma irrompe la figura di Cuggino, che mescola le carte e intorbida ancora di più la vicenda…

Siamo tra La guerra dei bottoni e I ragazzi della via Pal, ma in chiave locale. Davide Barletti e Lorenzo Conte (che vengono dal documentario) dirigono bene un gruppo di ragazzini senza esperienze di recitazione (preziosi sono stati i laboratori di formazione pre-riprese). E convincono tutti, bambini e ragazzi, per realismo ed espressività (alcuni con risultati esilaranti). Affascina anche il tono, tra realismo (e gli anni 70 sono ben descritti: chi li ha vissuti, specie se nell’età dell’infanzia, avrà più di un tuffo al cuore per dettagli, abbigliamenti, giochi, abitudini) e fascinazione magica tipica di un’età in cui la fantasia galoppa; come anche la crudeltà che può unirsi al candore di quell’età. Eppure, qualcosa fa pensare anche a un’occasione in parte perduta. Sarà il dialetto, che può aumentare l’effetto comico di bambini e ragazzi che giocano a fare i grandi come risultare respingente anche per la necessità di seguire i sottotitoli, o una certa complessità narrativa ma La guerra dei cafoni risulta un oggetto un po’ misterioso, più elitario del dovuto. Quello che poteva essere un bel film popolare, per ragazzi come sarebbe stato certamente più interessante, diventa l’ennesimo esempio di sociologia cinematografica, che difficilmente supererà certi confini di fruizione e di interesse.

Antonio Autieri