Claudio Bisio è Umberto Dorloni, avvocato senza scrupoli, superficiale, insopportabile con moglie e figli: pensa solo ai soldi e alla carriera, e non guarda in faccia nessuno. Ma quando nel suo studio legale lo fanno fuori, sembra crollare. Salvo poi aver subito un’occasione ancora più grande quando conosce un pezzo grosso, ovvero il potentissimo avvocato Patrizio Azzesi, che gli propone di lavorare per uno studio internazionale; e che peraltro lo tiene sulla corda e anzi a un certo punto lo scarica, per poi riprenderlo. In questi alti e bassi Umberto ne combina e gliene succedono di tutti colori: la moglie se ne va via con i figli; lui ha un’avventura con un’altra donna, che è poi la moglie di Azzesi. Alla caduta irrefrenabile di quest’uomo, che credeva in un ottimismo senza dubbi, ci sarà fine?,La gente che sta bene, tratto dall’omonimo romanzo di Federico Baccomo, contiene tanti film in uno. Nella prima parte sembra la solita commedia italiana contemporanea, con gag spesso di cattivo gusto (a parte le battutacce a sfondo sessuale, che servirebbero a descrivere l’amoralità del protagonista, il peggio è la scena di una suora che imita la ragazzina depravata per farsi capire dai genitori), con un pizzico di cattiveria in più e personaggi cinici fino al midollo. Ma l’originalità lascia a desiderare e si ride o sorride ben poco; oltre tutto, se a Claudio Bisio riesce bene la parte del finto simpatico che in realtà è un concentrato di meschinità, le sue battute fittissime e la parlantina a raffica lo descriveranno anche a dovere ma rendono quasi incomprensibili alcuni dialoghi. E se il regista Francesco Patierno (che diresse l’irritante Cose dell’altro mondo) voleva mettere il suo avvocato Dorloni al centro di una commedia nera, in cui poter ribadire la sua visione apocalittica dell’Italia di oggi, l’operazione non riesce proprio perché si scivola sovente nella farsa (la donna che non si imbarazza di mostrarsi nuda in un camerino di un negozio, le battute contro il commesso nano, il capo che va sbattere contro una porta, la festa dall’avvocato Azzesi con premi improbabili) alla ricerca della “pancia” degli spettatori. ,Ma se comunque rimane una certa curiosità per la descrizione di un ambiente amorale e cinico, alla larga dalla descrizione finto buona di tanta commedia recente, poi il film cambia decisamente registro, che diventa drammatico. Con il protagonista che ha un’evoluzione brusca e repentina dopo un evento decisamente traumatico (preparato male dal rapporto con la moglie infelice di Azzesi, la prorompente Jennipher Rodriguez, e rappresentato peggio) che ha il potere di aprirgli gli occhi sulla sua vita. Tutto molto positivo, per carità, ma con una credibilità narrativa molto scarsa nella concatenazione degli eventi e nella maturazione del personaggio (e perfino in certi dettagli: dopo un grave incidente d’auto, va bene zoppicare ma qualche segno in volto magari ci potrebbe essere). Bisio, che pure in passato ha dimostrato a tratti di saper cambiar passo nello stesso film (ci viene in mente Si può fare, ma anche Amore, bugie e calcetto), in questa parte finale del film non risulta convincente, per difetti forse propri: più ha successo al cinema, dopo anni in cui ai trionfi televisivi di Zelig si accompagnavano delusioni sul grande schermo, e più sembra impigrirsi nelle scelte e nelle performance d’attore (discorso analogo per Diego Abatantuono, con qualche lampo di classe in mezzo a una recitazione poco convinta, e anche per una Margherita Buy sprecata). Ma soprattutto i problemi sono di scrittura del film, che scivola in una banalità di battute (il perfido avvocato Azzesi che lo vuole a tutti i costi nel nuovo studio, ma che lo minaccia di non farlo lavorare più da nessuna parte se non accetterà…) e di situazioni, tra morti che finiscono troppo rapidamente sullo sfondo e strane convocazioni in Questura (ma qui c’è almeno il cameo del migliore in campo, il solito grande Carlo Buccirosso). Cui non sfugge il prevedibile finale lieto. Che se almeno fa respirare un po’ (anche per l’aprirsi a una nuova vita), non riscatta la banalità dell’insieme, diviso in tre parti che non si riescono ad amalgamare per nulla. E anche l’impressione di non sincerità di un film che, dopo aver dipinto il quadro a tinte fosche, alleggerisce il dipinto con qualche pennellata più chiara senza in fondo crederci molto.,Antonio Autieri,