Appena due anni dopo l’uscita del romanzo Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare dello scrittore cileno Luis Sepulveda, uscì La gabbianella e il gatto di Enzo D’Alò, film di animazione italiano prodotto con grande impegno economico dalla Cecchi Gori Grop allora imperante. Un film natalizio che ebbe grande successo al box office (12 miliardi di lire) e che, dopo il primo promettente lungometraggio La freccia azzurra (1996), sembrava lanciare il regista napoletano nell’empireo del cinema di animazione. Aprendo altresì una strada italiana al genere. Poi le cose andarono diversamente.

La gabbianella e il gatto non fu però solo un successo del momento, dovuto al romanzo di un celebre scrittore (coinvolto anche nel doppiaggio: sua è la voce del poeta), ma un bel film che anche oggi si fa apprezzare – come il libro – per tanti risvolti educativi. La storia narra di una gabbiana di nome Kengah che, mentre vola con il suo stormo, si immerge nel mare in cerca di pesci; viene però inondata del petrolio fuoriuscito da una petroliera e rischia di morire. A fatica si libera, facendosi forza per il figlio che porta in grembo, e plana nella prima città raggiungibile (è Amburgo) in un cortile dove trova il gatto Zorba: a lui fa promettere di non mangiare l’uovo “partorito”, di prendersi cura del piccolo e di insegnargli a volare. Zorba è spiazzato ma accetta. Dopo la morte di Kengah, Zorba chiede aiuto ai suoi amici gatti, già alle prese con i temibili topi che vogliono impadronirsi della città. Quando l’uovo si schiude, il piccolo si rivela una piccola gabbianella che viene chiamata Fortunata. Ma, oltre a proteggerla dai topi, come insegnarle a volare?

La gabbianella e il gatto, il cui successo fu dovuto anche alla scelta di puntare al doppiaggio su Carlo Verdone come voce di Zorba e su Antonio Albanese come capo dei topi, si fa apprezzare sia per la storia, semplice ma ben ritmata e con molti momenti divertenti (grazie soprattutto ai caratteri buffi dei vari gatti: si pensi al piccolo Pallino, al vecchio Colonnello o alle varie gag con il saggio Diderot e la sua enciclopedia), che soprattutto per le valenze educative. La promessa di Zorba a Kengah lo impegna e lo fa diventare responsabile della piccola Fortunata su cui esercita una paternità di fatto (e lei a lungo lo chiamerà “madre”). Ma il suo è un affetto che man mano diventa più maturo e grande, tanto da accettare il dolore della separazione. Il finale, in cui Fortunata si compie imparando a volare, è la metafora del rapporto tra genitore/educatore e figlio/allievo ma anche dell’incontro con un altro diverso e imprevedibile. Se a un certo punto della vita, prima o poi, bisogna imparare a spiccare il volo e a “staccarsi” da chi ti ama (e che proprio per questo accetta il distacco), l’aiuto può essere inaspettato: come quello di un gatto per una gabbianella.

Tra i pregi del film anche la colonna sonora: tra i brani, la celebre e divertente “Siamo gatti” di Samuele Bersani, “Noi siamo i topi” di Gaetano Curreri e la magnifica canzone sul finale, “So volare” di Ivana Spagna.

Antonio Autieri