La vita di Jacob Harlon (Nicolaj Coster Waldau) scorre tranquilla. È un broker di successo e ha una bella famiglia. Una sera, a cena con amici, beve un bicchiere di troppo. Al ritorno si distrae mentre guida, causando un incidente in cui muore il suo miglior amico Tom. Finisce, così in carcere con l’accusa di omicidio colposo. In prigione si trova catapultato in un mondo violento, dominato da odi razziali e in cui, per sopravvivere, conviene entrare in una gang. Jacob viene notato dalla Fratellanza, un gruppo di fanatici neonazisti e razzisti di cui diventa un adepto sempre più importante. E la sua vita cambia completamente. Uscito dal carcere in libertà vigilata, dovrà eseguire un colpo per conto della Bestia, il capo indiscusso della gang. Se non eseguirà gli ordini metterà in pericolo sua moglie e suo figlio… Ma c’è uno scrupoloso poliziotto sulle sue tracce (Omari Hardwick).

Di prison movie la storia del cinema è ricca ma La fratellanza, diretto da Ric Roman Waugh, non sfigura affatto. Anzi. Per prima cosa il regista non sceglie un percorso cronologico nel raccontare la storia. Si parte direttamente dalla scarcerazione e poi si procede per continui flashback che catturano sempre più l’attenzione dello spettatore. I meccanismi e la vita all’interno delle carceri vengono descritti molto bene. Ma molto convincente è la prova di attore di Nikolaj Coster-Waldau (uno dei protagonisti de Il trono di spade) che ricorda quella di Viggo Mortensen in La promessa dell’assassino di Cronenberg (tatuaggi inclusi). L’aspetto interessante del film è proprio nella trasformazione di Jacob da irreprensibile padre di famiglia a spietato esecutore degli ordini dei capi gang, fino a diventarne uno dei capi. Jacob riuscirà a liberarsi dalle grinfie della Fratellanza? La risposta la lasciamo a chi deciderà di andare a vedere il film e che si troverà davanti allo sviluppo non scontato della storia.

Il film si muove su un percorso completamente anti-retorico. Anche gli incontri che il protagonista ha con la moglie (che nel frattempo è diventata ex, non sopportando la trasformazione del marito in assassino) e con il figlio sono asciutti e privi di sentimentalismo. Certo, non tutto fila liscio, soprattutto nella sceneggiatura. Alcuni aspetti non vengono spiegati benissimo (il rapporto con il figlio o con l’amico) ma complessivamente il film regge bene. E si fa seguire con attenzione.

Stefano Radice