Enrico Giusti (Valerio Mastandrea) è il migliore nel suo lavoro, anche perché è l’unico (così almeno sostiene). Trova eredi inetti, incapaci o semplicemente non interessati all’azienda di famiglia e li convince a vendere. Tutti saranno più felici: chi ha venduto incasserà fior di soldi da spendere ai Caraibi o chissà dove, chi ha comprato (l’azienda per cui Enrico lavora) potrà rivenderla ad altri acquirenti con un bel guadagno ed Enrico avrà la soddisfazione personale di essere il migliore e di non seguire le orme di suo padre, che scappò all’estero dopo aver messo nei guai azienda e famiglia.
Il nuovo film di Gianni Zanasi, oltre a prendere spunto da altri titoli sull’argomento (Volevo solo dormirle addosso di Eugenio Cappuccio, ad esempio), ha molto in comune col suo precedente, Non pensarci, non solo per la scelta del trio di protagonisti Mastandrea-Battiston-Celio, ma anche per le dinamiche familiar-aziendali, di cui questo film pare lo svolgimento sotto un altro punto di vista: là c’era un’azienda in crisi a causa di un padre che non se ne voleva più occupare e di un figlio incapace, qua lo sguardo è di chi freddamente approfitta della questa situazione. Quando però Enrico si ritrova in casa la fidanzata straniera del fratello minore che l’ha scaricata per codardia, e contemporaneamente deve conquistarsi la fiducia di due adolescenti rimasti orfani ed eredi dell’industria dei genitori, le sue certezze vacillano. Pressato da una parte dai suoi capi (Celio e Battiston in un ruolo padre-figlio), dall’altra dalla ex ragazza del fratello, si farà prendere da una crisi di coscienza.
L’insistere sullo stesso tema non gioca però a favore del regista, che si perde in una storia debole, cui non basta la sforzo di Mastandrea per stare in piedi, specie nel rapporto con i due giovani orfani che vorrebbe convincere: tanto bravo pare a farsi coetaneo con altri rampolli, tanto neghittoso con questi, solo per preludere a una crisi di coscienza e far posto alla giovane Hadas Yaron, capace invece di subitanea empatia. Altro punto debole, il rapporto coi datori di lavoro: Battiston fa arrabbiare, tanto è sprecato in un ruolo fatto solo di ammiccamenti e frasette insulse. La fragilità dell’impianto si trascina poi nei multipli finali, che vorrebbero essere catartici, con tanto di discesa in skateboard e musichetta evocativa e che invece lasciano una sensazione di fastidiosa approssimazione.

Beppe Musicco