Georg, in fuga dai nazisti, assume l’identità di uno scrittore che si è suicidato. Poi però a Marsiglia incontra Maria, la moglie dello scrittore defunto… Operazione cinefila e cerebrale, quest’anno in concorso al festival di Berlino, Transit (questo il più significativo titolo originale) del tedesco Christian Petzold (habitué della Berlinale e vincitore nel 2012 con Il segreto di Barbara) è basato su un romanzo di Anna Segher, intellettuale esule dalla Germania nazista (da un suo libro anche La settima croce di Fred Zinnemann).
La storia, con le sue vicende di documenti di espatrio faticosamente conquistati e passati di mano in mano, amori impossibili, disperazione ed eroismo, non può non riportare alla mente l’eterno Casablanca, solo che Petzold si diverte a mescolare passato e presente in maniera volutamente provocatoria per creare paralleli tra i drammi di oggi e quelli del passato, non con un tradizionale “adattamento” ma creando una sovrapposizione spiazzante ma coerente.
Se infatti lo svolgersi degli eventi segue più o meno fedelmente la trama del romanzo, scritto nel 1944 e ambientato in quegli stessi anni, lo sfondo su cui i personaggi si muovono è totalmente contemporaneo: la Marsiglia in cui Georg si rifugia e vaga in attesa della nave che dovrà portarlo oltre Oceano, è quella di oggi, la casa in cui si rifugia è occupata da una famiglia di immigrati africani, essi pure “irregolari” e sempre a rischio.
Georg finisce un po’ per caso invischiato in una situazione più grande di lui: i documenti, che inizialmente pensa di consegnare all’ambasciata in cambio di una ricompensa, finiscono per provocare lo scambio con il defunto proprio mentre il caso lo fa incontrare con la di lui consorte, che proprio in quelle circostanze drammatiche è in cerca di un riavvicinamento con il marito. Quello con la misteriosa Maria è un amore impossibile perché basato su una menzogna (anzi su più d’una), il tentativo di Georg di comportarsi finalmente in modo nobile e disinteressato finisce per provocare ulteriori drammi, mentre attorno tutti sono immersi in un clima di fatalistica disperazione.
L’operazione è evidentemente di quelle metanarrative (Petzold non si fa mancare anche una voice over, quella del barista del locale che Georg frequenta) e le sue attrattive sono più per la testa che per il cuore. Ma i due attori protagonisti, Franz Rogowski e Paula Beer, lanciatissimi sia in patria che nel panorama internazionale, riescono comunque ad agganciare lo spettatore al loro destino sfortunato.

Laura Cotta Ramosino