Vincitore della Palma d’oro al 61° Festival di Cannes, “La classe” non è un documentario, ma faticheremmo a definirlo un film di finzione. Si svolge interamente all’interno delle “murs” del titolo originale, in una vera scuola della periferia parigina, anche se “la classe” del titolo italiano, comunque formata da veri studenti di quella scuola, è stata composta assemblando elementi di sezioni diverse. Il protagonista, l’insegnante François Bégaudeau, interpreta se stesso dopo aver scritto la sceneggiatura insieme al regista adattando il romanzo (edito anche in Italia da Einaudi, con lo stesso titolo del film) in cui ha raccontato la propria esperienza di insegnante. Nelle parti di loro stessi (o meglio dei loro alter ego) recitano anche gli altri docenti, la consulente scolastica e l’assistente del preside, tutti rigorosamente attori non professionisti e tutti incredibilmente a loro agio davanti alla macchina da presa. Non c’è una linea narrativa precisa (almeno finché nell’ultima mezz’ora di film l’attenzione non si concentra sull’intervento disciplinare nei confronti di un ragazzo problematico) ma il film intercetta gli umori corali e generazionali dei ragazzi della classe di François, un microcosmo che sintetizza perfettamente le mille anime della Francia contemporanea multiculturale e multirazziale (e che potrebbe tranquillamente specchiare la situazione di una qualunque nazione occidentale, compresa l’Italia). François è un bravo insegnante, coscienzioso e preparato, bravo soprattutto a non ridurre il momento della lezione a quello di una trasmissione di nozioni. Ogni giorno si trova di fronte ad alunni dal grande temperamento e dal brutto carattere, a ragazzi orientali che non parlano ancora bene il francese e a spiccate individualità che chiedono di emergere a scapito di altre. François, poco “professore” e molto “insegnante”, si assume la responsabilità di educare e se ne prende i rischi: si lascia provocare dai ragazzi, asseconda alcune loro singolarità e così facendo li guida alla scoperta di sé. Cerca, soprattutto, di incontrare le loro umanità mettendo in gioco la propria. Che si parli del diario di Anna Frank o del congiuntivo francese, li spinge a pensarsi come destinatari fortunati e privilegiati di quella educazione, e così anche come partecipi di una comunità che li aiuta, ha bisogno di loro e in cui ognuno di loro – vinte le ritrosie e i pregiudizi – possa a ragione sentirsi ed essere protagonista. Questo metodo di insegnamento è innovativo ma non infallibile e il bravo insegnante – che non è perfetto neanche lui – fa male i conti con stanchezza e nervosismo, che possono fargli dire la parola sbagliata nel momento sbagliato, e con l’adolescenza ribelle e indomabile di alcuni ragazzi, a cui non andrebbe data – in un contesto così regolato come quello scolastico – più libertà di quella che meritano o di cui hanno bisogno. La componente realista e documentaria del film si fa sentire nel finale, quando – dopo un incidente nato da un equivoco – la scuola (francese) è mostrata come un meccanismo che, soffocato dalle regole scritte e dalla burocrazia, è costretto talvolta, per non smettere di funzionare, a prendere delle decisioni che intuisce potrebbero non essere quelle giuste. Le note di sconforto non mancano neanche nella chiusa del film, fin troppo amara (le ultime parole sono affidate ad una ragazzina che confida al prof di non aver imparato niente), che però non toglie nulla alla compattezza di un film ben fatto e ben scritto, il cui protagonista non è un eroe o un illuminato. E’ un professionista che prende sul serio la propria vocazione e che (proprio perché non infallibile) mostra, nell’accettare una sfida che comporta responsabilità e rischi, di avere coraggio., ,Raffaele Charulli