Una francese, una spagnola, un’italiana… Non è una barzelletta ma il nuovo film di Pupi Avati, che inizia con veloci immagini delle tre figlie di Sandro Lanza, il protagonista interpretato da Diego Abatantuono. Si vedono loro bambine, ragazze, poi giovani donne. E le loro città: Madrid, Parigi, Roma. Inizio inconsueto, come inconsueto è questo film di Avati, lontano dai toni malinconici e gentili che ne hanno fatto un maestro del nostro cinema e alle prese con un film che ha tratti sfior il grottesco (che non gli è mai riuscito bene).,Raccontando la deriva di Sandro Lanza, che al cinema non è mai stato una star, al massimo un caratterista (si cita con affetto Sergio Corrucci, regista di film comici e western tra gli anni ’60 e ’70) ma ha trovato una sua dimensione in tv come attore di telenovele, Avati vorrebbe raccontare il mondo dello spettacolo. Con tanto di accenno ai reality trash (l’attore cerca di riprendersi con un’inquietante “Fogne”). Ma il colpo non affonda, anche se ad Abatantuono bastano pochi tocchi per entrare nella parte. Molto meno definite le tre figlie, mai seguite davvero da Lanza e con magagne sentimentali notevoli, che rimangono evanescenti figurine scarsamente supportate da Violante Placido, Ines Sastre e Vanessa Incontrada (tutte con limiti interpretativi piuttosto evidenti). E anche il tono patetico di questi affetti che si cercano con sforzi volenterosi di rimettere in piedi non è mai credibile. Va un po’ meglio (ma non molto) con l’entrata in scena di Francesca Neri, nella parte della sciroccata e dolente Alma Kera: ormai il film narrativamente si è smarrito. Peccato, perché la prova di Abatantuono – tenuto a freno da un Avati con cui fecero insieme la cosa migliore di entrambe le loro carriere: “Regalo di Natale” – meritava un film più grintoso e meno freddo, come la casa in cui si svolge la cena. ,Pupi Avati negli ultimi anni si è dato una prolificità alla Woody Allen – almeno un film all’anno, talvolta anche due –che non gli giova affatto. Così, lontani ormai i templi gloriosi di “Una gita scolastica”, degli splendidi horror gotici come “La casa dalle finestre che ridono” o anche del citato e straziante “Regalo di Natale” – inanella film che nella migliore delle ipotesi sono parzialmente riusciti (“Il cuore altrove”, “La seconda notte di nozze”) ma dove manca sempre una necessità, un’urgenza narrativa forte, dell’autore cui preme davvero raccontare quella storia al pubblico (che le dimentica in fretta). E se un tempo certa critica lo massacrava per una certa aria naif di film come “Impiegati” o “Ultimo minuto” che facevano però breccia nei cuori degli spettatori, adesso la stessa critica gli perdona spesso e volentieri film professionali ma poco interessanti, con una mestizia che sembra più programmatica che sincera.,Antonio Autieri,