È interessante come questo film, nonostante i suoi toni forti, quasi da tragedia greca, riesca ad avere poco o niente del film hollywoodiano. Una storia di ordinaria burocrazia porta a uno sfratto per una tassa non pagata di 500 dollari (che forse non era nemmeno dovuta), gettando una persona (Jennifer Connelly, già Oscar per “A beautiful mind”) in mezzo alla strada. Il film però non si getta subito nella appassionata difesa della donna, già di per sé bistrattata dalla vita (si sta disintossicando dall’alcol cui si era dedicata dopo essere stata abbandonata dal marito), ma ci mostra anche la famiglia che ha occupato la casa, i Behrani. Lui (Ben Kigsley) è un ex ufficiale dello Scià di Persia, e per mantenere dignitosamente la famiglia (ha appena sposato una figlia), lavora come operaio di giorno e come commesso la notte. È un uomo rigoroso e devoto ai suoi, e onestamente ha messo da parte i soldi con cui acquistare una casa, per poi rivenderla e migliorare la propria posizione. Qui non c’è battaglia legale, ma non è neanche una guerra tra poveri. Il dramma è che è la disperazione a far agire la protagonista, e l’esasperazione a far rispondere Behrani. L’escalation del dolore coinvolgerà tutti, e la Connelly e Kinsley sono veramente bravi nell’interpretare l’attaccamento a ciò che si ha di più caro e la disperazione che consegue all’abbandono. Tutto però avviene per piccole decisioni, come forse accadrebbe nella vita reale; piccole mosse che peggiorano sempre la situazione, e che sommate ad alcune coincidenze rendono impossibile il tornare indietro. È un film molto doloroso, specie nelle angosciose scene finali, ma che giustifica appieno le due nomination all’Oscar: quella di Kingsley come miglior protagonista e quella di Shohreh Aghdashloo (la moglie) come miglior attrice non protagonista.,