Una grande casa infestata di fantasmi vede riunire uno strano gruppo di personaggi. C’è una madre single che vorrebbe abitarci con suo figlio, visto che ha comprato quella villa. Poi c’è un investigatore di entità paranormali che in realtà aveva abbandonato l’attività, un buffo sacerdote, un professore universitario di storia e una sensitiva. La casa sembra averli attirati e non riescono a fuggire nemmeno volendo. Scopriranno che una medium è intrappolata e che di fantasmi ce ne sono tantissimi ma uno solo malvagio…

Come sempre in film simili, più un personaggio cerca di liquidare come sciocche superstizioni i fantasmi più i suoi interlocutori ci credono; e peraltro noi lo sappiamo fin dal titolo che la casa è davvero infestata da tali entità, quindi la sospensione dell’incredulità va a farsi benedire. In La casa dei fantasmi si scopre che nel lontano passato della sinistra villa un vedovo afflitto dal lutto si era suicidato; cui seguirono varie morti “spettacolari”; ma perché i fantasmi invece di far fuggire gli esseri umani – di cui peraltro almeno uno ha i suoi “fantasmi” personali – li vogliono trattenere?

Per la seconda volta, a distanza di vent’anni, la Walt Disney produce un film ispirato a una celebre attrazione dei suoi parchi americani, appunto “The Haunted Mansion”. Se allora il protagonista era Eddie Murphy, stavolta di attori importanti ce ne sono più d’uno: Rosario Dawson, Owen Wilson, Danny DeVito, anche Jamie Lee Curtis in un piccolo ruolo, anche se lo spazio maggiore se lo prende il meno noto Lakeith Stanfield e se il più simpatico risulta il piccolo Chase W. Dillon. Se la versione 2003 era piuttosto fiacca, anche La casa dei fantasmi 2023 – diretto piattamente da Justin Simien, a parte qualche buon effetto speciale – non convince: dovrebbe essere una commedia horror: il problema è che fa ridere poco e spaventa ancora meno. Figuriamoci i bambini o ragazzini di oggi.

C’è anche spazio per un po’ di sentimento, che però non riesce a coinvolgere emotivamente. Qualche momento simpatico c’è, soprattutto per merito del piccolo Travis. Ma le star del film e le loro spalle si impegnano il minimo, anche se la colpa è soprattutto dei loro personaggi poco delineati, “profondi” nelle intenzioni ma scritti male. Alla fine si finisce per apprezzare le scenografie, ovvero il rimando più evidente all’attrazione che è stata il motivo ispiratore del film.

Antonio Autieri

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