Maryam è giovane, brava, ambiziosa: nel suo mestiere di medico, presso una piccola clinica cittadina in Arabia Saudita, è stimata e apprezzata. Ma è pur sempre una donna, in una società chiusa e ancora arretrata. E quindi è normale che venga comunque considerata meno dei colleghi uomini, e che alcuni pazienti non vogliano farsi visitare da lei, perfino se questo significa aspettare a lungo un dottore “uomo” e stare male. Tra i mille problemi che deve affrontare, c’è una strada non asfaltata che conduce al pronto soccorso in cui lavora, diventata quasi impraticabile. Maryam chiede, si lamenta, reclama: ma chi di dovere non risolve mai il problema. Allora lei insiste. Poi, un errore burocratico le fa apparire davanti, quasi come una soluzione provvidenziale, il modulo di iscrizione alle elezioni locali della sua città: la giovane donna decide di candidarsi al consiglio comunale, anche se sembra una follia considerate le restrizioni imposte alle donne nel suo Paese. Ma, aiutata dalle sorelle minori (pur inizialmente spaventate, memori di quanto la madre cantante – ora scomparsa – dovette subire in vita) e sostenuta dal padre musicista, la sua coraggiosa candidatura prende slancio e sfida il sistema patriarcale. E tutta la comunità locale che non la vede di buon occhio.

Esce  nei cinema italiani, esattamente un anno dopo il suo passaggio in concorso alla 76ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia 2019, La candidata ideale di Haifaa Al Mansour, che nel 2012 divenne la prima regista donna dell’Arabia Saudita con lo splendido La bicicletta verde (sempre presentato a Venezia). Ora, dopo deboli esperienze anglosassoni (il biografico Mary Shelley – Un amore immortale e il dramma romantico Dacci un taglio), torna a parlare della condizione della donna nella sua nazione, tanto ricca quanto arretrata e piena di diseguaglianze in cui la religione islamica incide parecchio.

Il film non è altrettanto bello come il suo già citato esordio del 2012: la storia è controllata e ben registrata ma un po’ frenata, quasi senz’anima (e la versione doppiata peggiora le cose); e, pur se il soggetto è molto coraggioso (soprattutto per un Paese in cui le donne che “dirigono” uomini sul lavoro sono mal viste), La candidata ideale non ha la forza narrativa e la capacità di emozionare de La bicicletta verde. Ma sicuramente qualcosa arriva allo spettatore di un sistema surreale e a tratti allucinante, e soprattutto della forza della protagonista (interpretata con energia e freschezza da Mila Alzahrani) che ha coraggio da vendere e fa di tutto per cambiare le cose. Peraltro si respira un’aria un po’ diversa dal 2012: qualche passo, piccolo ma significativo (come guidare l’auto: all’epoca era vietato, con le umiliazioni relative come si raccontava in quel film), è stato fatto. La candidata ideale è dunque un film ben realizzato e apprezzabile, per quanto meno d’impatto della notevole opera prima della regista.

Luigi De Giorgio