Wadjda è una dodicenne come tante: discute con la mamma, si lamenta per il padre che non vede mai, passa il tempo con i videogiochi, ma soprattutto desidera ardentemente una bicicletta per sfidare il vicino di casa dispettoso (ma a dodici anni certi dispetti sono già il preludio dell’attrazione) sul percorso che va verso la scuola. Ma a Ryad un desiderio all’apparenza semplice diventa quasi impossibile da realizzare: in Arabia Saudita essere donna, anche a quell’età, significa indossare sempre un velo scuro quando si esce di casa e, una volta adulta, girare coperta di nero dalla testa ai piedi in ogni luogo pubblico, poter andare in macchina solo con un parente uomo (oppure, come nel caso della mamma di Wadjda, che fa la maestra, dover affittare con le colleghe un costoso autista), mentre anche mettersi lo smalto alle unghie dei piedi può essere punito come un atto rivoluzionario. La mamma di Wadjda, che non vede mai il marito e teme di essere ripudiata perché non riesce a dargli un figlio maschio, non vuol sentire nemmeno parlare di biciclette. A scuola le maestre insegnano la modestia e l’obbedienza mentre l’intraprendenza della piccola Wadjda non è vista di buon occhio. A casa gli armadi sono pieni di bei vestiti colorati, che però si possono mostrare solo all’interno delle mura domestiche, e solo per gli occhi di un padre e di un marito amatissimo ma che si fa vedere raramente.

Tutti gli elementi di questa vita quotidiana, per noi occidentali incomprensibili e inaccettabili, non vanno però a comporre l’ennesimo documentario di denuncia, ma sono solo lo sfondo di una storia che è l’elogio dell’intraprendenza e del coraggio di sognare. Wadjda, infatti, non si fa scoraggiare: ha adocchiato in un negozio una bicicletta verde ed è disposta a tutto per averla, anche a trasformarsi nella studentessa modello. La sua scuola, infatti, organizza una gara di conoscenza del Corano e lei si mette a studiare (anche con un programma apposito della Wii) e seguire le lezioni per vincere il quiz che mette in palio la somma necessaria a comprare la bicicletta. E anche se alla fine il suo piccolo sogno, rivelato in pubblico in un momento esilarante, sarà ancora troppo grande per quelli intorno a lei (ipocritamente sarà più o meno costretta dalla preside a “regalare” il suo premio ai bambini palestinesi bisognosi) i suoi sforzi non saranno inutili. La bicicletta verde, infatti, ci mostra come la capacità di sognare di una bambina possa contagiare proprio chi all’inizio le diceva di lasciare perdere, suggerendo che il cambiamento del mondo nasce da quello anche di un solo cuore.

Opera della prima regista donna dell’Arabia Saudita, Haifaa Al Mansour, anche se realizzata in coproduzione con la Germania, La bicicletta verde mantiene la freschezza e la speranza dello sguardo della sua protagonista di fronte a un mondo che può sempre regalare qualcosa e arriva dritto al cuore come i capolavori del Neorealismo italiano, che ricorda non solo per l’oggetto del desiderio della piccola protagonista, ma anche per la capacità di condividerne il punto di vista spontaneo e positivo nonostante tutto.

 

Laura Cotta Ramosino