Edizione numero 72 del Festival di Berlino , e di ripartenza dopo lo stop alla presenza del pubblico decretato l’anno scorso causa Coronavirus. La direzione dell’italiano Carlo Chatrian (già direttore artistico del Festival di Locarno e dal 2020 a Berlino) ha voluto raccogliere nella selezione una descrizione del mondo attraverso i suoi cambiamenti, di come la gente vive e vorrebbe vivere; storie che sorprendano anche per la loro novità stilistica e che, soprattutto, mostrino la loro capacità di attirare ancora la gente in sala, facendo valere la vitalità del cinema.

Ma, scotto da pagare alla salute, il pubblico e gli accreditati si devono sottoporre quotidianamente a un tampone (anche se già tri-vaccinati) per arrivare alle sale; la prenotazione degli ingressi si può fare solo online in modo abbastanza macchinoso. Alcune sale sono lontane dal palazzo del cinema e incastrare gli orari non è sempre facile.

Superate tutte queste sfide, possiamo cominciare a parlare di alcuni film visti nella prima giornata.

***

Primo film in concorso è Rimini, del regista austriaco Ulrich Seidl: in inverno, il cantante sessantenne Richie Bravo si trasferisce nella cittadina romagnola per sfruttare gli ultimi scampoli di fama e sbarcare il lunario, prostituendosi ed esibendosi per vecchie fan; un giorno, però, una figlia che non vede da decenni bussa alla sua porta per chiedergli denaro.

La scelta di mettere in scena storie disturbanti attraverso una prospettiva quasi documentaristica non è nuova nella cinematografia di Seidl. In questo caso, il desolante scenario dell’inverno nella riviera romagnola descrive bene il mondo in rovina di Richie Bravo. Lo squallore, però, è sistematico e non risparmia nessuno, in un film che insiste con un certo compiacimento (e una certa ripetitività) sul peggio che l’umanità può offrire in fatto di rapporti.

***

Vestito di gemme dell’esordiente messicana Natalia Lopez Gallardo racconta di una famiglia che torna in una grande villa di campagna in stato di semi abbandono. La storia, cui manca totalmente una trama, è costruita su quadri che hanno come protagonisti alcuni membri della famiglia e che mostrano la loro frustrata insoddisfazione. Parallelamente ci sono altre scene ambientate nella famiglia di un’ispettrice di polizia il cui giovane figlio fa parte di una banda di sequestratori. Non sembra esserci alcun nesso tra le due vicende, e se c’è, questo sfugge totalmente allo spettatore, intento a cercare nessi tra inquadrature fuori campo, primi piani fuori fuoco, personaggi che dicono due parole e poi spariscono, salvo saltar fuori decine di minuti più tardi in altre scene incomprensibili. A tutto ciò vanno aggiunti: un uomo che prende fuoco per ragioni ignote nell’indifferenza generale (e con effetti tutt’altro che speciali); un cadavere ignoto scaricato da ignoti in un posto ignoto; un altro cadavere di non si sa chi ritrovato in mezzo a una discarica; e potremmo andare avanti ancora nell’elenco di questi sviluppi che saranno anche chiarissimi nella mente della regista, ma restano fatalmente sconcertanti agli occhi dello spettatore.