L’inizio è scoppiettante: Aldo Giovanni e Giacomo vestiti da Babbo Natale vengono arrestati dalla polizia e condotti al commissariato, proprio la notte di Natale, perché sorpresi a scalare una casa (in realtà Giovanni fa da palo in auto) come i terribili pupazzi rossi che si vedono ovunque a Milano. Sono dei ladri, magari la famigerata “Banda dei Babbi Natale” colpevole di numerosi furti? Loro protestano l,a priori la loro innocenza e raccontano – con una serie di lunghissime “premesse” – le rispettive e tragicomiche vicende personali, all’esasperato commissario Irene Bestetti (un’ottima Angela Finocchiaro), che vorrebbe solo andarsene a casa per il cenone in famiglia. Aldo Baglio è un disoccupato, o meglio un mantenuto, vive con la fidanzata ormai sfinita dal fatto che lui non cerchi lavoro e addirittura rifiuti quelli che altri gli trovano; Giovanni Storti è un veterinario casanova, con due mogli e due famiglie, preoccupato di dover cenare a Natale con entrambe; Giacomo Poretti è un medico e soprattutto un vedovo che da dodici anni vive nel ricordo della moglie, che lo “blocca” nel rifarsi una vita… E sì che ci sarebbe una collega così carina che gli sta dietro con pazienza…,Natale 2010: dopo una serie di film non riusciti o solo parzialmente – dal mezzo passo falso di La leggenda di Al, John e Jack ai mediocri se non brutti Tu la conosci Claudia? e Il cosmo sul comò – il trio Aldo Giovanni e Giacomo torna su livelli di comicità e di narrazione che sembravano ormai impossibili da recuperare. Troppi spot, troppo successo, troppa pigrizia: e così i beniamini del pubblico di fine anni 90, esponenti di una comicità garbata e di storie all’insegna della semplicità e anche dell’amicizia, si stavano avvitando su se stessi; e, a tratti, cedere a una grevità che con loro e non c’entra proprio nulla. Qualche spunto interessante c’era sempre (la figura del prete e la giovane coppia che non riesce ad avere figli del film precedente, per esempio), ma in una casualità narrativa imbarazzante. Soprattutto, non facevano più ridere.,La banda dei Babbi Natale non è un capolavoro, intendiamoci: i loro migliori film rimangono Tre uomini e una gamba e Chiedimi se sono felice. E ci sono troppi finali: a un certo punto il film chiuderebbe benissimo, in maniera davvero natalizia, ma si è forse temuto di abusare con i sentimenti; rischiando però di rovinare il risultato finale. Ma almeno si torna a rappresentare la realtà con un certo gusto, c’è un buon livello di scrittura di dialoghi e scene (i continui salti tra presente e flashback non sono pesanti), si sfornano gag con misura e buon ritmo (i bagni degli autogrill, i tornei di bocce, il pestaggio della “suocera Maionchi”, il cenone preparato al commissariato…), si toccano corde anche sentimentali nella storia che riguarda Giacomo e la sua collega (e Giacomo Poretti, come attore, si conferma il migliore dei tre, il più credibile nel passare dai toni comici a quelli teneri). Se aggiungiamo che l’ambientazione è una Milano astratta e magica, che la colonna sonora è di gran classe grazie anche ad alcuni brani inediti di Mina e che gli attori anche secondari si rivelano quasi tutti azzeccatissimi ce n’è per essere soddisfatti. Gli attori sono in effetti uno dei punti di forza del film: oltre alla Finocchiaro, sono da citare il bravissimo e romanissimo Giorgio Colangeli credibile nei panni del suocero svizzero, la dolce Sara D’Amario perfetta nel ruolo della collega innamorata, e poi Giovanni Esposito, Lucia Ocone, Silvana Fallisi, e Massimo Popolizio, grande attore di teatro e doppiatore, qui in un gustoso cameo di laido rigattiere.,Tutti in forma (sprecato solo Cochi Ponzoni, in un ruolo troppo piccolo) e ben diretti. Non a caso stavolta il trio si fa dirigere da un regista vero, Paolo Genovese (ex sodale del Luca Miniero di Benvenuti al Sud) dopo aver provato a codirigere insieme al pur bravo Massimo Venier o di appoggiarsi a un regista di mero supporto tecnico come Marcello Cesena. Che sia questo il segreto della riuscita del film, che nella griglia dei nostri giudizi risulta “interessante” ma dovremmo definire semplicemente “divertente”?,

Antonio Autieri